L'aberrante stupro di gruppo di Rimini perpetrato da un gruppo di stranieri di origine nordafricana (indiscrezioni conosciute finora, ndr) ai danni di una turista polacca e di una transessuale peruviana ha riacceso un mai sopito dibattito, che ciclicamente torna in auge in occasione di alcuni agghiaccianti episodi di cronaca. Il copione, solitamente, è sempre il medesimo: stupro, narrazione del fatto, ricerca dei colpevoli, congetture sulla nazionalità dei colpevoli, polemiche tra fazioni contrapposte. Sostanzialmente in molte occasioni sembra preoccupare più la nazionalità dello stupratore che non la vicenda in sé. Quasi mai, poi, si tiene in considerazione il dolore patito dalla vittima, dolore che la accompagnerà per sempre. Leggendo i tanti commenti e le tante analisi che scaturiscono in queste circostanze, sembra quasi che lo stupro abbia una valenza diversa a seconda della cittadinanza del soggetto che perpetra l'atto, mentre perde di importanza – o addirittura viene ridimensionato – se lo stupratore si scopre essere italiano.

Immancabilmente, in occasione di un fatto di cronaca del genere, sul Web e sui social – ma pure al bar sotto casa, a cena con i parenti, al pub con gli amici – si arriva allo scontro, alla contrapposizione di due compartimenti stagni: il primo racchiude chi pensa che qualsiasi sia il reato commesso non sia importante la nazionalità del reo, ma piuttosto il punto della questione dovrebbe focalizzarsi sulla severa condanna del fatto secondo le norme vigenti. Insomma, la nazionalità non è un'aggravante, è un elemento di narrazione. La seconda scuola di pensiero, invece, sostiene esattamente l'opposto: un reato commesso da una persona di nazionalità straniera è più grave e dovrebbe essere punito più severamente, ipotesi che però non è contemplata dal codice penale. La seconda scuola di pensiero, inoltre, sostiene anche un altro concetto più subdolo, ovvero che in caso di stupratore di nazionalità straniera, media e politica tendano quasi a giustificare e proteggere il reo per non alimentare l'accusa di razzismo nei confronti di altri cittadini della medesima provenienza.

Io, onestamente, mi trovo dalla parte della prima scuola di pensiero, per un semplice motivo: il dolore fisico e psicologico di uno stupro non è assolutamente inferiore se a commettere il fatto è un concittadino. Le lacerazioni profonde che provoca una violenza simile non sono meno profonde se a causarle è un concittadino. Uno stupro rimane un atto ignobile e da condannare con fermezza sia che l'autore sia italiano, sia che sia cinese, francese, marocchino, australiano, albanese, turco, kenyota, bianco, giallo o blu. Pensare di poter condannare a una pena più alta un violentatore in virtù della sua cittadinanza, inoltre, può portare a pensare che in fondo, lo stesso tipo di atto commesso da, in questo caso, un italiano, sia in qualche modo meno grave, produca meno danni, faccia stare meno male.

E questo non è, purtroppo, un pensiero poi così avulso dalla realtà. In molti casi di stupro nostrani è capitato addirittura che lo stupratore venisse coperto dal branco, dagli amici, dai compaesani. È il caso dello stupro di Claudia, 18enne parmense violentata nel 2010 dal ragazzo con cui usciva insieme ad alcuni amici al Raf di Parma. Il branco di stupratori venne a lungo coperto dai compagni, che iniziarono ad attaccare la ragazza e a trattarla da infame quando, tempo dopo, ebbe finalmente il coraggio di denunciare il fatto e far condannare i tre.

Stesso meccanismo anche nel caso dello stupro di Marechiaro dello scorso giugno. Una ragazzina di 15 anni venne stata stuprata da tre coetanei. In un secondo momento, la ragazza rintracciò sui social gli aggressori e denunciò i fatti ai carabinieri, sottoponendosi agli accertamenti del caso. Diffusasi la notizia, molti commentatori hanno inveito contro la ragazzina e contro la sua famigli sostenendo sostanzialmente che queste vicende fossero causate dalla troppa libertá concessa alle ragazzine. Alle ragazzine, femmine, non ai relativi coetanei di sesso maschile. Dopo la denuncia, inoltre, sui social gli amici dei tre iniziarono a bullizzare la ragazzina, insultarla, sminuire la violenza fino ad arrivare a minacciarla di morte, sia pubblicamente che in privato.

Altro caso recente a Pimonte, piccolissimo paesino campano. Un'altra giovane vittima di violenza sessuale è stata costretta a fuggire in Germania: non riusciva a sostenere il peso degli sguardi e dei commenti dei compaesani e non voleva correre il rischio di incontrare nuovamente i propri aguzzini per strada, tornati liberi dopo un anno. Il sindaco di Pimonte ha definito la violenza di gruppo "una bambinata" perché troppo giovani erano gli autori dello stupro.

Insomma, questi tre casi tra i tanti descrivono in pieno quel meccanismo pericoloso e insidioso che potrebbe scattare – e in alcune menti, purtroppo, già scatta – nel voler sostenere a tutti i costi l'esistenza di un'aggravante – e di riflesso di un'attenuante proporzionale – di nazionalità. E questa distinzione non mira affatto a proteggere lo straniero dalle accuse o a celarne le colpe, ma piuttosto vuole condannare alla stessa maniera e con la stessa veemenza un atto orribile, senza attenuante alcuna.