170 accademici e accademiche italiani, tra cui alcuni nomi di spicco delle università italiane, hanno firmato un appello per boicottare le istituzioni accademiche israeliane. Nel "mirino" in particolare l'Istituto Technion di Haifa, "per via del ruolo che l'Istituto riveste nel supportare e riprodurre le politiche israeliane di espropriazione e di violenza militare ai danni della popolazione palestinese". Gli universitari chiedono agli istituti che collaborano con il Technion (Israel Institute of Technology) la sospensione di ogni cooperazione. Ma al di la del caso del Technion, "rispondendo all'appello della società civile palestinese che nel 2005 ha chiesto il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) contro Israele fino a che non cesseranno le sistematiche violazioni contro il popolo palestinese, dichiariamo che non accetteremo inviti a visitare istituzioni accademiche israeliane; non agiremo come arbitri in nessuno dei loro processi; non parteciperemo a conferenze finanziate, organizzate o sponsorizzate da loro, o comunque non collaboreremo con loro. Tuttavia, nel pieno rispetto delle linee guida della Campagna palestinese per il boicottaggio accademico e culturale d’Israele (PACBI), continueremo a lavorare e collaborare con i nostri colleghi israeliani singolarmente”.

Gli accademici italiani hanno aderito all’iniziativa in solidarietà con la Campagna palestinese per il boicottaggio accademico e culturale d’Israele (Pacbi), declinazione del Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni (Bds), il movimento non violento nato dalla società civile palestinese nel 2005. Gli accademici si dicono “profondamente turbati” dalla collaborazione di alcuni atenei italiani – il Politecnico di Milano, il Politecnico di Torino, l’Università di Cagliari (medicina), l’Università di Firenze (medicina), l’Università di Perugia, l’Università di Roma “Tor Vergata” e “Roma3” -, con il Technion. È grazie anche a tali collaborazioni accademico-istituzionali — questa l’idea chiave dell’iniziativa – che il vasto complesso militare-industriale israeliano funziona, proseguendo impunito nelle violazioni del diritto internazionale. Di conseguenza, “collaborare con il Technion significa rendersi attivamente partecipi del regime di occupazione, colonialismo e apartheid d’Israele e in questo modo essere complici del sistema di oppressione che nega ai palestinesi i loro diritti umani più fondamentali”.

Il Technion di Haira ha un rapporto “attivo e durevole”, scrivono i promotori, con l’esercito e l’industria militare israeliana. L’istituto ha infatti creato il Caterpillar “D9”, un bulldozer controllato “in remoto” e usato per demolire le case dei palestinesi. La Technion collabora con le maggiori società produttrici di armi in Israele, come Elbit Systems, la stessa che ha fabbricato i droni “utilizzati dall’esercito per colpire deliberatamente i civili in Libano nel 2006, a Gaza nel 2008-2009 e nel 2014 e fornisce le apparecchiature di sorveglianza per il Muro dell’apartheid”. L’università israeliana, inoltre, “forma i suoi studenti di ingegneria affinché lavorino con aziende che si occupano direttamente dello sviluppo di armi complesse”.