Il 28 novembre scorso, seguendo l'esempio della regione Emilia Romagna, il comune di Trieste, guidato dal primo cittadino Roberto Dipiazza, ha deciso di introdurre con un'apposita delibera l'obbligo di vaccinazione per tutti i bambini dagli zero ai sei anni come requisito per l'iscrizione e l'accesso a tutti gli asili nido e le scuole d'infanzia comunali e convenzionate sparse sul territorio. A seguito dell'entrata in vigore del provvedimento, avvenuta nel gennaio 2017 per il successivo anno scolastico in partenza a settembre, due famiglie friulane hanno presentato ricorso al Tar chiedendo l'annullamento della delibera, un ricorso che però è stato rigettato dai giudici amministrativi perché, per quanto concerne la materia del contendere, "la razionalità scientifica e il pubblico interesse devono prevalere su facili suggestioni ed epidermiche emotività, pur nel pieno rispetto della libertà di ognuno".

Nelle motivazione della sentenza emessa dal Tar del Friuli Venezia Giulia si legge: "La libera e responsabile scelta di non vaccinare i bimbi, che comunque si pone contro la legge vigente, comporta delle inevitabili conseguenze, tra cui l’impossibilità di iscrizione agli asili comunali” se l’amministrazione decide di adottare “una norma di prevenzione e precauzione in materia della salute. Non è in discussione la potestà genitoriale, ma come quest’ultima deve cedere il passo all’interesse generale". Inoltre, secondo il Tar "l’iscrizione a un asilo comporta la convivenza dei bambini in un ambiente ristretto, per cui la mancanza di vaccinazione, per un elementare principio di precauzione sanitaria, si ripercuoterebbe sulla salute degli altri, anche quelli con particolare debolezze e fragilità immunitarie". Sostanzialmente, secondo i giudici amministrativi, stante la diminuzione della copertura vaccinale dei bambini rilevata in questi ultimi anni, la tutela dell'interesse individuale deve "regredire rispetto all'interesse pubblico".

Il provvedimento emanato dalla giunta triestina, infatti, venne all'epoca considerato da più parti necessario per porre un argine al dilagante fenomeno dell'anti-vaccinismo che nel corso degli anni ha portato la quota di copertura vaccinale a subire un netto calo, al di sotto del livello di guardia del 95% necessario a garantire la cosiddetta immunità di gregge a quei soggetti deboli impossibilitati a vaccinarsi a causa di patologie pregresse. Nello specifico, la copertura antidifterica era arrivata a toccare quota 89%, quella anti-tetanica il 91%, l'anti-polio il 92% e quella anti-epatite virale B all'89%.