Partiti di destra e sinistra, governi liberali, leader populisti e xenofobi, tutti ormai si professano amici e difensori di poveri e lavoratori. “Punirò l’amministratore delegato della Ford se deciderà di portare le fabbriche in Messico”, diceva Trump durante la sua campagna elettorale, in cui aveva promesso di occuparsi dei disoccupati della “cintura di ruggine” americana, la regione degli Stati Uniti che ha vissuto il declino delle fabbriche.

Alla stessa maniera, di recente il premier britannico Theresa May – a capo del governo incaricato di portare a termine l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea – si è più volte rivolta a lavoratori e poveri nei suoi annunci degli ultimi mesi: “Dev’essere un Regno Unito che funziona per tutti”, recita il suo slogan di governo, “Non saremo guidati dagli interessi dei più ricchi e potenti, ma dal bene delle persone comuni, dei lavoratori”.

Anche in Italia, dopo anni in cui il governo del PD ha insultato ed ignorato le istanze dei lavoratori, dei precari e dei più poveri, ora si è deciso di seguire il trend opposto: “Dobbiamo pensare agli operai, ai braccianti, ai lavoratori che soffrono”, ha detto pochi giorni fa il ministro del lavoro Giuliano Poletti. “Dobbiamo dare una risposta ai lavoratori, perché non occuparsi di loro sarebbe un errore terribile, dobbiamo riconnettere il muratore con lo startupper”.

Non è incredibile che le stesse persone che hanno creato più precarietà e povertà, che hanno tagliato con l’accetta servizi e welfare, ora abbiano deciso di farsi promotori dei più deboli della società? Giuliano Poletti è lo stesso ministro che ha creato il Jobs Act, la riforma che ha cancellato l’articolo 18 e reso dunque tutto il lavoro flessibile. È lui che ha allargato lo spettro d’utilizzo dei voucher, estendendo a macchia d’olio il lavoro pagato a buono pasto.

Lui pochi mesi fa sbeffeggiava i numeri preoccupanti dell’emigrazione dei giovani laureati, lui ha portato l’utilizzo dei contratti a tempo a un massimo di tre anni. Lo scorso ottobre il governo Renzi di cui Poletti ha fatto parte per gli ultimi tre anni, è caduto sotto il peso del referendum in cui tra il 70 e l’80% dei giovani ha votato contro un governo da cui si sono sentiti traditi. E ora vuole farci credere che, di punto in bianco, si è accorto dell’importanza di tutelare poveri e lavoratori?

Queste svolte che fino a poco tempo fa sarebbero sembrate imprevedibili – da parte di destre, partiti liberali e perfino leader populisti come Trump – non devono sorprendere. Sono la copertura che questi partiti e leader useranno per spostare l’attenzione, mentre continuano a fare gli interessi dei più ricchi del pianeta. Tagliando le tasse ai grandi capitali, alle imprese, mentre tagliano i fondi alla sanità e all’educazione. Con le dovute differenze fra paesi e continenti, questo è quanto sta accadendo nelle cronache dei nostri giorni.

Non basta, dunque, fare riferimento alle biografie personali e alle riforme attuate dai partiti che oggi hanno deciso di farsi paladini dei poveri. Sarebbe facile, ad esempio, dire che Donald Trump è un multimiliardario che per mesi si è rifiutato presentare ai media la sua dichiarazione dei redditi (e dunque, un potenziale evasore fiscale). È immediato, forse, anche pensare che il governo dei conservatori britannico, dopo un decennio di tagli pesantissimi alla sanità e all’edilizia popolare – che ha portato alla crisi degli ospedali e all’emergenza abitativa – forse non è tanto credibile nella difesa dei meno abbienti.

Allo stesso modo, in Italia potremmo dire che sono passati solo pochi mesi dal Jobs Act, dai miliardi in incentivi alle imprese, da quando hanno alzato le tasse alle partite Iva deboli, e allargato voucher e contratti a tempo fino a tre anni. Tutto questo è vero, ma è ancora più importante vedere cosa questi partiti, governi e politici stanno facendo ora a contraddire le loro posizioni – che solo di facciata vogliono far credere di stare lavorando per la tutela dei più poveri, e dei lavoratori.

Alla faccia dei lavoratori e dell’equità: proprio nel momento in cui ci sarebbe bisogno di più fondi alle scuole, alla sanità, al welfare per garantire quei diritti cancellati con l’emergenza povertà che ha investito lavoratori e ceto medio, ecco che tutti questi governi decidono di intervenire in primo luogo per abbassare il più possibile le tasse ai più ricchi del pianeta, il famoso 1%. È quello che è successo ad esempio in Italia, quando pochi giorni fa è stata approvata la “flat tax” per i ricchissimi.

La cosiddetta “flat tax”, approvata dal governo nella Legge di Bilancio, è una tassa fissa di 100.000 euro l’anno, per quei ricchi definiti “high net worth”, cioè con grandi patrimoni, che decidono di portare la propria residenza in Italia (su redditi realizzati all’estero). Si tratta di un provvedimento che intende portare soldi nel paese da quei residenti britannici che lasceranno il paese per via della Brexit. Assieme a magnati cinesi e oligarchi russi. Oltre alla flat tax di 100.000 euro c’è anche il beneficio per i familiari che potranno pagare solo un ulteriore gettone da 25.000 euro per la residenza in Italia.

Lo scopo di questo provvedimento fiscale è chiaro: con un afflusso importante di persone “high net worth”, il fisco italiano potrà ricevere un grande afflusso di capitali in un breve periodo di tempo. Provvedimenti simili esistono già a Malta e in Portogallo, e ora anche la Francia – che pochi anni fa aveva introdotto la super tassa del 75% ai ricchi, poi cancellata – vuole ricorrervi sempre nell’intento di attrarre capitali. Si calcola, ad esempio, che 100mila di questi ricchi potrebbe portare al fisco il valore in denaro pari a dieci milioni di poveri.

In America, invece, ci saranno grandi tagli delle tasse per i più ricchi attraverso la riforma della sanità voluta dal presidente Trump. “Milioni di americani perderanno la loro assicurazione sanitaria”, ha spiegato il leader dell’opposizione democratica Bernie Sanders, “Mentre il governo approva un taglio delle tasse di 275 miliardi di dollari al 2% degli americani più ricchi per i prossimi 10 anni”. Secondo l’analisi del Washington Post, la bozza di legge sulla sanità di Trump è un: “Trasferimento di massa di ricchezza che taglia le tasse ai più ricchi americani mentre taglia i benefici per ceto medio e classe lavoratrice”.

Non basta. Trump ha già promesso consistenti tagli delle tasse a industrie e grandi patrimoni. Cancellerà, ad esempio, la “net investment income tax” che colpisce i più ricchi del paese, assieme alla “minimum tax” e la “estate tax”. Porterà, inoltre, le tasse alle aziende dal 35% al 15%. Secondo le stime dell’istituto indipendente Tax Policy Center, il piano di Trump consisterà in 6.2 bilioni di dollari (un bilione equivale mille miliardi) nei prossimi dieci anni. Una cifra pazzesca anche solo da pensare. La stima è che il 47% di questa cifra andrà a beneficio dell’1% più ricco d’America, sono circa 3.000 miliardi.

Anche nel Regno Unito il trend politico è molto simile. Il governo di Theresa May ha più volte annunciato che in caso di un mancato accordo con l’UE per la Brexit il paese potrebbe diventare a tutti gli effetti un paradiso fiscale. Già lo scorso novembre, May aveva preso l’impegno di introdurre nel paese la più bassa tassazione per le aziende dei paesi industrializzati: al 17% nel 2020, e si ipotizza che possa scendere ancora, a meno del 15% voluto da Trump. Si tratta di una manovra del valore di oltre 20 miliardi di euro in benefici per le aziende.

Ma a fronte di questi grossi tagli alle tasse per le corporazioni, la scorsa settimana il ministro delle finanze Philip Hammond, presentando il budget per il 2017, ha annunciato l’aumento delle tasse per i lavoratori autonomi, una mossa che ha causato malcontento nell’opinione pubblica e in parlamento. Il governo della Brexit a distanza di una settimana ha deciso poi di cancellare il provvedimento (e si trova per questo con un buco di 2 miliardi di sterline nel bilancio dell’anno). Nel frattempo la riduzione del deficit del paese, che doveva essere completata nel 2015 è stata rimandata al 2025.

Il disegno è chiaro: mentre dicono a gran voce di voler difendere poveri e lavoratori stanno approvando tagli enormi alle tasse dei più ricchi del pianeta. Mentre fanno finta di perseguire politiche anti-establishment per guadagnare consensi, questi governi stanno realizzando ora i tagli alle tasse per le imprese più importanti di sempre. La rabbia del 99% dei poveri è servita a sostenere gli interessi dell’1%. Che vuole renderci ogni giorno più poveri, ignoranti ed arrabbiati. E quando le cose andranno peggio, daranno ancora una volta la colpa agli immigrati.