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Shoah, che il ricordo sia sempre vivo

Continuando a ricordare e commemorare corriamo forse il rischio di smarrire il senso più profondo del nostro passato? Il 27 gennaio del 2012 deve essere ancora una grande opportunità per confrontarci con la barbarie che, in ogni momento ed in ogni punto del mondo, può risorgere fiera e travolgere il presente.

Shoah, che il ricordo sia sempre vivo.

Nell'epoca del «quarto potere» in cui le informazioni viaggiano alla velocità di un click da ogni parte del pianeta, è sempre più complesso riuscire a ricordare eventi tragici come la Shoah senza correre il rischio di essere estremamente retorici, sterilmente commemorativi, banalmente didascalici. Si potrebbe dire che ormai conosciamo benissimo la storia dei campi di sterminio, del perfetto sistema orchestrato da Adolf Hitler e dai suoi fedeli servitori, di quella «soluzione finale» oggettivamente ad un passo dall'essere attutata; siamo cresciuti o invecchiati guardando alle immagini dei volti perduti di quei poveri uomini (parafrasando Primo Levi, tuttavia, considerate se quelli erano uomini), delle montagne amare di cadaveri, degli occhi asciutti del fondo della disperazione, delle divise e delle sigle sul braccio, estrema umiliazione prima di scendere nell'immeritato inferno.

Ed è proprio in questa grande conoscenza che abbiamo acquisito, o che per la precisione crediamo di aver acquisito, che si cela la più grande insidia dei nostri tempi: che continuando ad assistere al succedersi di Giornate della Memoria delle vittime del nazismo e del fascismo, quelle immagini si svuotino del proprio significato, diventando in assoluto pura e rinnovata iconografia dei nostri tempi; che distrattamente iniziamo ad accoglierle come una semplice «ricorrenza» e non come l'occasione per riflettere sulle mostruosità che si annidano nell'umanità, anche in quelle persone comuni che non parteciparono attivamente alle più atroci brutalità commesse dalla dittatura, ma furono correi a causa del proprio silenzio, della propria deliberata volontà di non guardare al di là del proprio naso; ugualmente colpevoli poiché hanno scelto di abituarsi al più grande degli orrori senza battere ciglio.

Il rischio che si corre ricorda quello che Bertold Brecht, pochi anni prima della presa del potere da parte dei nazisti in Germania, esemplificava con un racconto amaro nella sua «Opera da tre soldi»: la prima volta che un uomo vedrà un mendicante all'angolo della strada con un moncherino al posto del braccio rimarrà così turbato «da dargli senz'altro dieci scellini», ma la seconda volta saranno soltanto cinque; e alla terza lo consegnerà direttamente alla polizia. Ecco cosa dobbiamo temere più di ogni altra cosa: che, a distanza di anni da quell'episodio, quel che è accaduto non ci sconvolga più come dovrebbe e che, in un giorno troppo lontano, noi stessi inizieremo a chiudere gli occhi o, peggio, puntare i nostri indici colpevoli verso quelli che, occasionalmente, ci piacerà definire «diversi».

I sessantasette anni che ci separano, oggi, dall'apertura dei cancelli di Auschwitz non devono essere una ragione per scivolare in una tenue e lenta dimenticanza, in un'attenuazione dei sentimenti, per rinegoziare la realtà di quello che è stato il più grande orrore che la storia dell'umanità possa ricordare: anche se ormai siamo abituati a sentirlo dire non bisogna mai stancarsi di rinnovare il ricordo che milioni di vittime esigono da noi. Fino alla fine della sua drammatica esistenza Primo Levi ha continuato a rammentarci che la Shoah doveva essere soprattutto un monito per tutti noi, affinché nulla di quello che è accaduto potesse mai più ripetersi, non solo nel cuore dell'Europa, ma in qualunque angolo di mondo, con nuovi volti, magari più puliti e meno minacciosi, e forme differenti, ma con la medesima avidità di sangue e potere nella sostanza.

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