in foto: In catene Giovanni Puleo, Francesco La Barbera e Giovanni D'Ignoti

L'ultima  esecuzione capitale della storia del nostro Paese avvenne il 4 marzo 1947 e punì con la morte gli autori di un delitto spietato: la strage di Villarbasse. Giovanni Puleo, Francesco La Barbera e Giovanni D’Ignoti (foto) vennero giustiziati mediante fucilazione all’alba del 4 marzo 1947 a poligono di tiro delle Basse di Stura, a pochi chilometri da Torino. A tirare contro i condannati furono 36 agenti della locale questura. Solo un mese dopo l'Assemblea Costituente avrebbe approvato l'articolo 27 dello statuto costituzionale che dichiara non ammissibile la pena di morte.

Villarbasse: l'ultimo delitto ‘imperdonabile'

L'Italia che di lì a poco avrebbe ripudiato la pena di morte era la stessa che alla fine della Seconda guerra mondiale aveva impiccato e appeso a testa in giù il suo tiranno, la stessa che aveva ancora negli occhi orrori, stupri e devastazione e che si divideva tra la nausea e la sete di morte, specie in quei villaggi inariditi dal dolore e dalla povertà come Villarbasse, nelle campagne torinesi. Fu lì, in un borgo di poche migliaia di abitanti che l'orrore conosciuto durante la guerra riaccese un altro focolaio.

La cascina della morte.

La sera del 20 novembre 1945, Massimo Gianoli, sessantacinque anni, avvocato, stava cenando nella sala da pranzo della sua cascina. Nella stanza era presente anche la domestica Teresa Delfino, mentre in un'altra ala del casolare c'era l'affittuario, Antonio Ferrero che festeggiava la nascita di una nipotina insieme alla moglie Anna Varetto, il genero Renato Morra, le cameriere Rosa Martinoli e Fiorina Maffiotto, un bimbo di due anni e il nuovo bracciante Marcello Gastaldi. Mentre cenano fanno irruzione nella villetta quattro malviventi a volto coperto. Intimano ai presenti di dar loro dei soldi. La rapina si sarebbe conclusa lì se a uno dei banditi non fosse accidentalmente caduto il cappuccio. È il basista, la talpa che aveva attirato e guidato in quella casa i banditi, uno dei lavoranti di casa Gianoli. Una delle donne mostra di averlo riconosciuto e a quel punto, per evitare di essere denunciati, i quattro ladri decidono di eliminare tutti i testimoni. Mani legate con il filo di ferro, gli ostaggi vengono condotti uno a uno in cantina dove su di loro si abbatte la condanna a morte dei loro aguzzini. Vengono presi a bastonate e poi gettati ancora vivi in un pozzo. Renato Morra, genero del padrone di casa, ex capo partigiano, si difende con tutte le sue forze ma riesce solo a ferire uno dei malviventi. Vennero uccisi nello stesso modo anche i mariti delle due domestiche, Gregorio Doleatto e Domenico Rosso, accorsi in seguito nella cascina. Solo il bambino viene risparmiato. Eliminati i testimoni scomodi i quattro rientrano di nuovo in casa e rubarono duecentomila lire, un paio d'orecchini d'oro e altri oggetti.

Le indagini.

Dopo la strage, Francesco La Barbera, Giovanni Puleo, Giovanni D'Ignoti e Pietro Lala (il basista) tornanp alle loro vite senza che nessuno sospetti di loro. D'Ignoti rimane a Torino mentre Puleo, La Barbera e Lala tornano nella natia Sicilia, a Mezzojuso. Il 28 novembre un giovane mugnaio si cala all'interno della cisterna che raccoglieva acqua piovana e fa l'agghiacciante scoperta. Inizialmente le indagini prendono una piega politica: le autorità battono la pista che vede le vittime uccise per vendetta da un gruppo di partigiani. Quando gli americani restituiscono la giurisdizione all'Amministrazione italiana, finalmente i carabinieri agli ordini del sottotenente Armando Losco identificano il D'Ignoti, grazie a un frammento della tessera annonaria (la carta a punti con cui si potevano acquistare genere di prima necessità, usata durante la guerra, ndr.). Il documento viene rintracciato in una soffitta in via Rombò a Rivoli, dove l'uomo aveva alloggiato. Durante un duro interrogatorio in cui crede di essere stato tradito dai complici, senza più nulla da perdere, il criminale confessa. Intanto il Lala era stato ucciso in Sicilia in un regolamento di conti della mafia.

La fine.

La Cassazione conferma la condanna a morte pronunciata in appello. A nulla vale la richiesta di grazia all'allora presidente della repubblica, Enrico De Nicola, che la nega. Al poligono delle basse di Stura, in fila dietro a una schiera di legno, gli ultimi condannati a morte dell'Italia partigiana e libera, aspettano la raffica di proiettili. Il questore dà l'ordine per l'ultima volta e il plotone svuota uno a uno i fucili sui tre condannati, che si accasciano come pupazzi.