Il nostro viaggio attraverso le distopie post referendum del 4 dicembre, dopo aver fatto tappa da quei catastrofisti del Family Day, questa volta ci porta nel cuore dei "poteri forti". E ci spinge a confrontarci con gli scenari foschi e tetri immaginati da Confindustria nel caso in cui gli italiani scegliessero di bocciare la riforma Renzi – Boschi, votando no alla consultazione elettorale.

Confindustria si batte da sempre per il superamento del bicameralismo paritario, quindi il sostegno a questo referendum costituzionale è una scelta conseguente”, ha recentemente dichiarato il presidente Vincenzo Boccia. Posizione legittima, per carità. Ma nel sostenerla, Boccia si è premurato di aggiungere una ulteriore considerazione: "Una eventuale vittoria del No? In passato alcune opinioni espresse dalla sua associazioni sono state travisate. Ci siamo limitati a sottolineare un aspetto evidente a chiunque che per lavoro si trovi a gestire il debito, come accade alle imprese di ogni dimensione: se c’è instabilità, aumentano inevitabilmente i tassi d’interesse sul debito pubblico italiano e questo aumenta il costo del denaro anche per le imprese”.

Ma cos’era successo? Semplice, Confindustria aveva diffuso un report del suo Centro Studi in cui si guardava al futuro dell’Italia con un minimo (ma proprio un minimo, eh) di preoccupazione, nel caso di una bocciatura della riforma della Carta proposta dalla maggioranza.

Nel report del Centro Studi si disegnava lo scenario in caso di vittoria del NO: “Rispetto alle tendenze in atto, l’economia italiana perderebbe in tre anni 4 punti percentuali di PIL, 17 punti di investi- menti e quasi 600mila unità di lavoro; nel 2019 il debito pubblico sfonderebbe quota 144% del PIL. Il reddito pro-capite diminuirebbe cumulativamente di 590 euro e ci sarebbero 430mila poveri in più”. E quindi “il Paese, già estremamente provato, dovrebbe fronteggiare una nuova grave emergenza economico – sociale, con inevitabili spinte verso soluzioni populistiche”.

Ma come sarebbe possibile un simile sfacelo, anche considerando che, in fondo, si tratterebbe di lasciare tutto invariato? Qui, oggettivamente, lo "studio" di Confindustria raggiunge vette notevoli. I "tecnici" si lanciano in una ricostruzione di due scenari possibili, che giustificano il complesso dei calcoli che vengono effettuati. In poche parole, Confindustria fa delle ipotesi grossolane e semplicistiche degli scenari post sconfitta del Sì al referendum e le utilizza come base dei calcoli con i quali determina poi la previsione finale. Meraviglioso.

Ma vediamo i due scenari immaginati (peraltro in un italiano molto discutibile e con calcoli sbagliati)

Il primo con le dimissioni di Renzi, l’impossibilità di formare un altro Governo e dunque nuove elezioni con due leggi elettorali diverse. In questo caso, si alimenterebbero turbolenze e incertezze sulla governabilità del Paese. Dunque, si dovrebbe votare Sì a una riforma della Costituzione solo per impedire che cada il Governo in carica. Ineccepibile, direi.

Il secondo scenario è apocalittico: “1) Aumentano i rendimenti che l’Italia deve pagare per piazzare sul mercato i titoli del debito pubblico […] l’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato fa crescere, seppure gradualmente, il costo medio del debito pubblico e, quindi, la spesa per interessi della PA; 2) Si incontrano serie difficoltà nell’effettuare le aste con le quali il Tesoro emette i titoli di Stato […] con conseguente contenimento degli investimenti e della spesa pubblici; 3) fuga di capitali dal Paese, sia esteri sia italiani, con gli investitori che vendono titoli italiani, non solo pubblici, ma anche privati; 4) crollo della fiducia di famiglie e imprese perché aumenta l’incertezza riguardo allo scenario economico; 5) svalutazione del cambio dell’Euro, con capitali in uscita dall’Italia che abbandonano anche l’area Euro, perché percepita nuovamente in dissolvimento.

Infine, capolavoro assoluto, si aggiunge anche la specifica che "si tratta di calcoli conservativi, che largamente sottostimano i veri effetti che si materializzerebbero". Insomma, potrebbe anche andare peggio di così:

L’inevitabile sottovalutazione delle ricadute recessive è legata anche al fatto che, con la vittoria del “No” al referendum, le forze centrifughe nell’Unione monetaria europea riprenderebbero grande vigore, con ripercussioni molto più vaste di quelle quantificabili con un modello econometrico

Alle richieste di chiarimenti / specificazioni / riferimenti di indagine (per iniziativa soprattutto di ValigiaBlu), nessuna risposta.

PS: poi, Di Vico sul Corsera ha spiegato che si trattava di "allarmismo pedagogico". Qualunque cosa significhi (qui una buona riflessione).