Tra le tante personalità femminili che hanno segnato in profondità la storia culturale del nostro paese e assieme alle altre storie di Noi, Italiani che vi stiamo raccontando, un posto di tutto rilievo  è occupato sicuramente dalla figura di Rita Levi Montalcini. Nata a Torino il 22 aprile 1909 da Adamo Levi e Adele Montalcini, all’inizio degli anni trenta decise di iscriversi alla facoltà di medicina dell’Università di Torino. Sulla scelta della facoltà pesò in maniera decisiva un evento luttuoso che scosse vivamente la psiche dell’allora giovane studentessa, la morte dell’amata governante a seguito di un cancro. Fu in questo periodo che la  Montalcini iniziò quegli studi sul sistema nervoso che l’accompagneranno nell’arco di tutta la sua esistenza.

Come compagni di studi ebbe tra l’altro i futuri premi Nobel Salvador Luria e Renato Dulbecco. Nel 1936 la Montalcini conseguì la laurea in medicina, con specializzazione in neurologia e psichiatria, con il massimo dei voti; il 1936 fu però anche l’anno nel quale il regime fascista procedette alla stesura del “Manifesto per la difesa della razza”, al quale avrebbero fatto seguito le inqualificabili leggi razziali che impedivano, tra tante cose, ogni carriera accademica e scientifca ai cittadini non italiani e non di razza ariana. In seguito a ciò la Montalcini, di famiglia ebrea della tradizione occidentale e sefardita, fu costretta a interrompere bruscamente gli studi e a rifugiarsi in Belgio. In seguito all’invasione tedesca del Belgio tornò in Italia, allestendo il famoso “laboratorio fatto in casa” nelle stanze del suo alloggio torinese, così giungendo alla scoperta di quel complesso fenomeno cellulare che molti anni dopo verrà designato col nome di apoptosi. A partire da questa scoperta la vita della Montalcini sarà segnata da una lunga serie di successi nel mondo della ricerca scientifica, accompagnati da altrettanti riconoscimenti accademici a livello nazionale ed internazionale.

Il più importante tra questi fu sicuramente il premio Nobel per la medicina, conferitole il 10 dicembre 1986, in virtù dei suoi studi rivoluzionari su taluni fattori che determinano i meccanismi di crescita del sistema nervoso. Seconda italiana nella storia, dopo Grazia Deledda, a ricevere il prestigioso riconoscimento dall’Accademia Reale delle Scienze di Stoccolma, questa onorificenza consacrò definitivamente la Montalcini come uno dei più grandi scienziati della storia del nostro paese. Ciò di cui vorremo discutere qui,  però, non è tanto lo specifico delle trattazioni scientifiche della Montalcini quanto, piuttosto, l’idea generale della scienza propugnata e difesa dalla ricercatrice torinese e il forte impegno per la crescita morale e culturale del nostro paese che l’ha sempre caratterizzata. Quello che più colpisce dell’impegno scientifco della Montalcini è l’amore disinteressato per la ricerca; in un periodo storico nel quale la scienza si è spesso messa al servizio di regimi totalitari, di interessi politici particolari, con le nefaste conseguenze che tutto ciò ha determinato, la Montalcini ha costantemente rivendicato il carattere libero ed autonomo della ricerca e della pratica scientifica.

La scienza non può e non deve essere costretta entro angusti vincoli ideologici, se così fosse non rivestirebbe più il ruolo di motore propulsivo sulla strada del progresso e della crescita dell’umanità, ma si ridurrebbe a mero strumento nelle mani del potere costituito. L’amore per la scienza si fonda sulla convinzione che la moralità propria del genere umano si estrinseca, anche e soprattutto, nella cura con la quale esso si rapporta al mondo che lo circonda e nella capacità che esso ha di preservare il vivente in tutte le sue innumerevoli manifestazioni. In tal senso ci appare paradigmatica questa sua dichiarazione: “ Il messaggio che invio, credo ancora più importante di quello scientifico, è di affrontare la vita con totale disinteresse alla propria persona, e con la massima attenzione verso il mondo che ci circonda, sia quello inanimato che quello dei viventi. Questo, ritengo, è stato il mio unico merito”.

Un forte afflato etico, dunque, a caratterizzare l’impostazione della Montalcini, un’ostinata attenzione nel salvaguardare l’integrità morale dell’uomo e dello scienziato, attenzione che oltretutto non ha mai voluto fondarsi su di una qualsivoglia tradizione religiosa. In effetti, l’altra grande questione  che la Montalcini ha continuamente posto all’attenzione della Comunità scientifica e dell’opinione pubblica in generale, è stata la rivendicazione del carattere laico della scienza. Scienza e religione possono e devono convivere, a patto che sappiano entrambi riconosce i rispettivi “campi di azione”; come la scienza non può arrogarsi la pretesa di formulare qualcosa di ultimo e definitivo sulla condizione esistenziale dell’uomo, così alla Chiesa e alla religione non può essere consentito di tracciare i limiti di ciò che è più o meno legittimo nel campo della ricerca scientifica. Tracciare questa linea di demarcazione significa sgretolare, di fatto, l’inviolabile principio della  libertà della scienza.

Nell’ estate del 2001 l’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi nomina Rita Levi Montalcini senatore a vita. In questa sua nuova veste la Montalcini non mancherà di levar alta la propria voce in difesa della libertà della scienza (ricordiamo soltanto la sua presa di posizione nel dibattito referendario sull’utilizzo delle cellule staminali). Donna di straordinaria tenacia e di eguale intelligenza, la Montalcini continua a rappresentare un modello di vita per le nuove generazioni. Il suo impegno incondizionato e la sua assoluta dedizione alla causa del sapere hanno fatto della nostra patria un paese migliore.

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A cura di Rocco Corvaglia