In Italia le persone a rischio povertà o esclusione sociale rappresentano il 28,3% della popolazione. Le persone che vivono in famiglie gravemente deprivate sono l’11,6% della popolazione. Il 49,5% degli italiani non può permettersi una settimana di ferie l’anno lontano da casa. Il 12,6% non riuscirebbe a fare tre pasti proteici completi a settimana. Al Sud il 52,5% delle persone non potrebbe sostenere una spesa imprevista di 800 euro. Il 50% circa delle famiglie italiane ha un reddito netto che non supera i 2mila euro al mese.

Sono questi gli ultimi dati, diffusi dall’Istat nello speciale “Reddito e condizioni di vita”, che fotografano la condizione economica delle famiglie italiane (le rilevazioni si fermano a fine 2014).

Il punto centrale, a parere di chi scrive, non è rappresentato tanto dalla variazione rispetto all’anno precedente (positiva, per la quasi totalità degli indicatori), ma dal persistere di quelle condizioni che che determinano lo sfilacciamento del tessuto sociale, producendo angoscia, rabbia, insoddisfazione e disillusione in una larga fetta della popolazione italiana. E soprattutto nel consolidarsi delle differenze su base macro-regionale, indice più evidente di quanto la questione meridionale sia lontana anni luce dalla sua soluzione (dopo il conclamato fallimento delle vecchie logiche dell’emergenza e nelle more di un ripensamento delle politiche regionali di sviluppo, ora affidato al masterplan renziano).

Partiamo da quest’ultimo punto, concentrandoci sulla cosiddetta questione reddituale. Come spiega l’Istat, “nel 2013, le famiglie residenti in Italia hanno percepito un reddito disponibile netto pari in media a 29.473 euro, circa 2.456 euro al mese; tuttavia, poiché la distribuzione dei redditi è asimmetrica, la maggioranza delle famiglie ha conseguito un reddito inferiore all’importo medio”. Considerando il valore mediano, dunque, abbiamo una differenza sostanziale: al Nord il reddito medio è di 27.089 euro, al Centro di 25.623, al Sud e Isole 20.188. Complessivamente il 20% della popolazione possiede solo l’otto percento del reddito totale.

Una condizione che determina una evidente disuguaglianza sociale, con l’indice di Gini che è pari a 0,286 a livello nazionale e a 0,305 nel Mezzogiorno d’Italia. Non è affatto una questione minore, considerando anche l’accertata relazione fra ricchezza / status sociale / potere e l’impatto che la stessa disuguaglianza ha sulla crescita economica complessiva. Spiegava Andrea Festa su LaVoce: “I dati evidenziano infatti che l’aumento delle disparità nella distribuzione del reddito incide negativamente sullo sviluppo delle capacità lavorative di coloro che provengono da nuclei familiari con scarsi livelli di istruzione, perché per loro diminuiscono le opportunità di istruzione di grado elevato, di carriera lavorativa e di mobilità sociale. Di conseguenza, la disuguaglianza ha un effetto negativo sulla crescita proprio perché ha una responsabilità nello scarso sviluppo del capitale umano di una parte della popolazione”.

Allargando il discorso, è la distanza reddituale a determinare scelte e comportamenti, a influenzare la percezione dei fatti, a rappresentare un metro di giudizio della nostra esperienza del mondo. La disuguaglianza non solo "fa rima con declino", ma blocca l'ascensore sociale, amplia le fratture fra i cittadini e acuisce tensioni e insoddisfazioni. Se, insomma, il punto è restituire fiducia al Paese, allora non ha senso farlo evitando di occuparsi della grande questione irrisolta del nostro Paese: quella reddituale.

Quanto poco siano considerate invece le politiche di redistribuzione del reddito in Italia è cosa nota. L’ultima testimonianza in tal senso è rappresentata dalla secca bocciatura da parte del Governo della proposta Boeri per un reddito minimo agli over 55 (peraltro si trattava di riordinare un sistema che accresce la disuguaglianza offrendo ingenti trasferimenti monetari a chi non ne avrebbe bisogno, attraverso la revisione del sistema stesso del sostegno previdenziale); così come prima erano state bocciate le proposte di reddito minimo e reddito di cittadinanza (Renzi si era spinto fino a ipotizzare l’incostituzionalità del reddito di cittadinanza…).

Resta da capire come e fino a quando può reggere un sistema che produce solo disuguaglianza.