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Riflessioni sulla causa degli incidenti tra addestratori e animali nei parchi acquatici.

Delfini, orche, beluga… questi sono solo alcuni degli animali che animano gli spettacoli nei parchi acquatici ogni estate. Noi rappresentanti della specie Homo sapiens sapiens prediamo questi magnifici esempi di biodiversità e li rinchiudiamo in vasche che se va bene, sono profonde 5 metri e larghe 20. Li addestriamo. Li strappiamo dal mare. Li priviamo delle loro famiglie e dei legami sociali. Li chiudiamo in un carcere dove devono esibirsi per noi. E chiamiamo questi abomini parchi acquatici?

Riflessioni sulla causa degli incidenti tra addestratori e animali nei parchi acquatici.

Delfini, orche, foche, beluga, leoni marini, pinguini, lamantini, orsi polari, trichechi, lontre… questi sono solo alcuni degli animali che animano gli spettacoli nei parchi acquatici di tutto il mondo. Tra tutti questi animali alcune specie sono particolarmente predisposte ad imparare. Attraverso percorsi di addestramento e training molto complessi viene insegnato loro come eseguire acrobatici esercizi durante spettacoli molto scenografici. Il pubblico dei parchi acquatici è composto da bambini e adulti che sono disposti a pagare un biglietto spinti da una sincera curiosità verso gli animali e dall’umano ma alquanto discutibile bisogno di puro divertimento. Il nome originale di questi luoghi era delfinari, solo successivamente con l’aggiunta di strutture di intrattenimento come scivoli e piscine, e di nuovi show con animali di specie diverse per protagonisti, sono stati denominati “parchi acquatici”. Gli incidenti accaduti sempre più spesso negli ultimi anni potrebbero essere una buona occasione per farci riflettere riguardo alla modalità con cui ci relazioniamo agli animali detenuti in queste strutture, considerando prima di tutto la principale finalità del contesto: il divertimento per l’essere umano. Le due parole dietro cui si nasconde questa sostanziale verità sono: conservazione e didattica. Le considerazioni da fare su questo argomento sono davvero tantissime, ma io preferisco cominciare mettendo al centro riflessioni che ruotano intorno all’etologia relazionale e cognitiva di questi magnifici animali.

Gli spettacoli che attirano più spettatori e che sono senza dubbio più conturbanti sono quelli con le orche. Ma insieme tra le specie più conosciute ci sono senza dubbio delfini e beluga, conosciute anche con il nome di balene bianche. Tutti questi animali appartengono all’ordine dei mammiferi e naturalmente hanno la peculiarità di essere mammiferi molto speciali perché hanno abbandonato la terraferma e si sono specializzati per tornare  in acqua.

Voglio cominciare a parlare dei beluga (Delphinapterus leucas) perché forse in qualche modo sono i meno conosciuti, ma sono sicura che concorderete nel riconoscere che sono davvero esseri con caratteristiche che vale la pena approfondire. Sono mammiferi in pericolo a causa dei danni delle perforazioni petrolifere in tutto il mondo.

Appartengono all’ordine dei cetacei e al sottordine dei odontocenti (cetacei con i denti), lo stesso ordine dei delfini e delle orche. I beluga, conosciuti anche con il nome di delifinattero bianco o balena bianca, sono inconfondibili per la loro pelle scarsamente pigmentata che assume una sfumatura tra il bianco e il giallo sbiadito. Altre due caratteristiche morfologiche che li rendono molto riconoscibili sono la mole (arrivano a circa 6 metri di lunghezza e pesano fino a 900 kg) e il melone, una specie di protuberanza (in verità è tessuto adiposo) sulla testa molto appariscente. La funzione di questo organo è legata ad una delle principali specializzazioni “dei cervelli”. Questi magnifici animali sviluppano due cervelli invece che uno, proprio per facilitare le funzioni relative all’ecolocazione. Hanno perso quasi totalmente l’olfatto. Tutto questo ha un significato nelle specie che si muovono su lunghissime distanze e a grandi profondità.

Sebbene generalmente nuotino ad una velocità ragionevolmente lenta,2 km/h, se innervositi o irrequieti raggiungono senza sforzo la velocità di oltre15 km/h. Possono effettuare immersioni molto profonde e per tempi molto prolungati (fino a 15 minuti). Ovviamente gli spostamenti dei beluga sono giustificati dalla dieta che prevalentemente è composta da pesci che vivono vicino al fondo (ciclotteriti, merluzzi, etc), di pesci pelagici (sperlano, aringa, etc) e crostacei. La socialità dei beluga è una caratteristica distintiva di questa specie. Gruppi numerosissimi vivono, cacciano e si riproducono insieme. Le nascite avvengono in primavera dopo quasi 12 mesi di gestazione. Nasce sempre un solo cucciolo, come nei delfini. Si pensa che questo dipenda anche dalla necessità di non perdere idrodinamicità del corpo della mamma durante la gravidanza. Il parto avviene in posizione podalica (cioè spuntano prima i piedi del piccolo in modo che non rischi di annegare). Il latte della mamma è particolarmente nutriente (quasi il doppio rispetto a quello materno degli umani). I lunghi viaggi e le lunghe attraversate vengono affrontate insieme. Il corpo, il cervello di questi animali sono specializzati per muoversi in 3 dimensioni. Tutto indica che le loro menti siano predisposte per le relazioni, per comunicare, per rimanere in contatto.

I delfini, anche loro rappresentanti del sottordine degli odontoceti, sono mammiferi alta-mente sociali. Il cervello dei delfini tursiopi è decisamente grande  e raggiunge dimensioni paragonabili a quello dell’uomo. E’ costituito da due emisferi e con una complessità equi-valente a quella degli umani. Il suo sviluppo si completa in circa 10 anni. In questo caso non mancano gli studi sulla loro complessa ed interessante struttura famigliare e di grup-po. Molto affascinante risulta la stabilità a lungo termine dei gruppi, in particolare nei delfini delle famiglie dei globicefali e dei tursiopi (che sono tra quelli più catturati e allevati per i parchi acquatici). Le famiglie, che sono in realtà gruppi veri e propri, sono formate per quanto riguarda il nucleo stabile da femmine in età adulta e in piena maturità sessuale, ma sono allargate a maschi di ogni età, cuccioli e parenti di ogni grado. I gruppi familiari stanno insieme in modo assolutamente saldo. Sebbene le indagini genetiche confermino le parentele strettissime, non si riscontrano le prevedibili tare e patologie che ci aspetteremmo in questi casi. La spiegazione arriva da studi sul campo ed è stata alquanto sorprendente. Una specie di “canzone d’ordine”, un suono tipico e assolutamente riconosciuto solo dal gruppo. Questa canzone viene copiata in modo perfetto da alcuni giovani maschi estranei, che così facendo garantiscono il rimescolamento del pool genetico.

La vita in gruppo spesso presuppone l’esistenza di un sistema di comunicazione. Numerosi studi indicano che i delfini utilizzerebbero tre espressioni vocali diverse per conversare. Il loro vocabolo sarebbe quindi assai complesso. I maschi fischiano o cantano per attirare le femmine durante la stagione degli amori o per avvisare il gruppo di un pericolo. Le madri, invece, fischiano per interi giorni dopo la nascita dei loro piccoli per abituarli al suono della loro voce.

Le posture fisiche sono anche esse un linguaggio. Infatti un delfino che resta in posizione verticale, come la testa fuori dall’acqua, vuole comunicare ad esempio ad altri componenti del suo gruppo che c’è in vista un oggetto galleggiante.

I delfini utilizzano anche veri e propri fischi specie specifici. Ciò significa che ogni singola specie emette un suono diverso e comprensibile solo dai compagni della propria specie, come avviene con gli uccelli dove un canarino potrebbe non comprendere l’esatto significato del canto di un allodola. Probabilmente la questione si spinge oltre e, come negli uccelli, i dialetti riguardano anche i singoli gruppi e i singoli individui che hanno una propria emissione. La ricca varietà di fischi è generalmente caratterizzata dalle basse frequenze.  Intorno agli anni ’70 fu individuato, così come negli uccelli, proprio nei delfini tursiopi l’uso della firma acustica individuale durante le vocalizzazioni.

Gli ultimi studi dimostrano che le vocalizzazioni di questi mammiferi sono molto specifiche. Esse danno indicazioni sul contesto e sono altrettanto precise se sono utilizzate come segnali di allarme quando danno indicazione sul predatore in arrivo.

Una delle qualità empatiche che ha colpito l’immaginario dell’uomo sono i numerosi racconti che descrivono delfini che salvano altri delfini. In particolare quando un delfino mostra di avere difficoltà a respirare e altri conspecifici letteralmente lo sollevano per consentirgli di raggiungere la superficie, riemergere e respirare. Il delfino è speciale anche nel suo modo di respirare. Il suo respiro è sotto il controllo volontario e non inconscio come nell’essere umano.

Studiando tutt’altro animale, il pipistrello, H. Hartridge scoprì una capacità cerebrale di alcuni mammiferi che erano in grado di identificare gli oggetti mentre stavano effettuando un volo e inoltre nel buio totale. Questi animali risultano in grado di emettere un suono (nello specifico un ultrasuono) e, ascoltandone l’eco, ricostruire attraverso una mappa cerebrale/mentale la posizione esatta degli oggetti senza vederli. Questa facoltà non è utilizzata esclusivamente per individuare gli oggetti in una stanza o per comprendere i confini di una ambiente in mancanza di luce. ma anche per localizzare un altro soggetto in movimento. Questa abilità, che diventa anche una preziosa forma di comunicazione, viene definita ecolocazione (ecosonar). Essa richiede un cervello dotato di un complesso sistema di gestione e coordinamento della innumerevole massa di dati in entrata e in uscita, e inoltre di un centro di coordinamento che poi trasmetta le informazioni al corpo che si muoverà in un ambiente fluido. Come il mare, in questo senso identico al cielo, in tre dimensioni!

Solo a metà degli anni ’50 due ricercatori identificarono questa straordinaria capacità an-che nei mammiferi marini. Il prof. Enrico Alleva, etologo di fama internazionale che dirige il reparto di neuroscienze comportamentali dell’Istituto superiore di sanità di Roma, definisce l’ecolocazione come uno di quei “sofisticati gadget” di cui sono dotati i cervelli di questi fantastici mammiferi, che rendono possibile muoversi in tre dimensioni. In aggiunta alla gestione del sonar, il complesso cervello gestisce un corpo che resiste a lunghissime apnee, nuota in acque a temperature che variano notevolmente, caccia prede che fuggono velocemente, lotta per conquistare la propria femmina, evita i pericoli come squali molto aggressivi oppure orche affamate. I ricercatori constatarono che i clicks (suoni emessi per l’ecolocazione) vengono direzionati e possono essere sfruttati dall’animale per ricognizioni ad ampio raggio degli oceani. L’ecolocazione verrebbe sfruttata dai delfini anche per stordire piccole prede durante la caccia,  rendendone così più semplice la cattura.

L’orca (Orcinus orca) è uno degli animali su cui circolano più falsi miti. Non è una spietata assassina. Non ribalta piattaforme di ghiaccio galleggianti colme di foche per sbranarle. Non è un killer di esseri umani. In verità non esiste un solo caso, in natura, di attacco ad un uomo da parte di un’orca. Cosa ancora più eccezionale, non esiste testimonianza di una singola aggressione di un’orca verso un’altra orca. Questo punto è fondamentale e ci suggerisce interessanti riflessioni. Non possiamo infatti dire lo stesso dell’uomo, che ovviamente è l’unico nemico delle orche e non solo le uccide da sempre (per ricavarne olio  e per la carne che viene venduta per il consumo umano o utilizzata come fertilizzante o come esca), ma forse le tiene prigioniere. Certamente stiamo trattando l’etologia di un predatore ai vertici della catena alimentare, il che significa che mangia tutto senza essere mangiato. L’orca è un predatore e va a caccia per nutrirsi, questa è la realtà, il resto sono mistificazioni.

E’ un mammifero, ordine cetacei, sott’ordine odontoceti, esattamente come i delfini. E’ definito cosmopolita diffuso in tutti gli oceani ed i mari del mondo (anche se preferisce le zone costiere e le acqua più fredde) grazie alla larga adattabilità alle condizioni ambientali. Le orche non sono animali migratori, per cui se trovano una zona dove c’è cibo (ad esempio uno specifico pesce) durante tutto l’anno, non si spostano. Solo alcune popolazioni migrano e in quel caso percorrono lunghissime distanze. Le tecniche di caccia delle orche sono simili a quelle dei predatori terrestri sociali come i lupi. In questo contesto le prede sono eterogenee e comprendono pesci di ogni specie, ma anche foche, polpi, balene e delfini (specialmente cuccioli), squali, tartarughe e perfino uccelli e lontre…

Le informazioni sul comportamento sociale sono ancora scarse, ad esempio non sappiamo cosa fanno durante la notte. I dati raccolti in senso etologico (sul campo, cioè in natura) sono straordinariamente interessanti. Alcuni etologi sostengono che se osserviamo le orche dal punto di vista emotivo e sociale, esse probabilmente sono tra i mammiferi in assoluto più simili all’uomo.

La struttura sociale dell’orca è matriarcale. Questo significa che vive in gruppi molto com-patti organizzati totalmente intorno alla figura dell’orca femmina, altre femmine più anziane e sterili ed un maschio adulto. Questo gruppo di individui costituisce quello che è chiamato un pod, detto anche “piccolo branco”, unità minima che forma la famiglia delle orche. La femmina più anziana controlla i suoi piccoli, sia maschi che femmine delle varie cucciolate, che rimangono con lei fino alla quarta generazione! Le femmine vanno in menopausa (cioè smettono ad una certa età di essere fertili, unico mammifero altre l’uomo), ma continuano ad occuparsi dei cuccioli che vengono allattati fino ai due anni. Quando un maschio si accoppia con una femmina di un diverso pod, il maschio, non potendo riconoscere i figli, si prende cura  dei cuccioli presenti nel proprio branco. La gravidanza di una femmina ha una durata di circa 14 mesi, maggiore di quella di un elefante! L’intervallo tra un parto e l’altro dura diversi anni. Ciò in parte va imputato alle prolungate ed intense cure parentali. Nelle prime settimane di vita occorre infatti spruzzare il latte nella bocca del piccolo di orca ogni 20 minuti circa. La femmina ha dei particolari muscoli nella ghiandola mammaria che consentono questo strano allattamento (tale da velocizzare il processo e renderlo agile in mare). In genere un piccolo viene allattato per circa due anni. E’ straordinario l’impegno richiesto ad una mamma orca che terminerà il suo periodo fertile intorno ai 40 anni. In natura le orche possono arrivare ad avere non più di 4-6 figli

In natura, la famiglia allargata delle orche è in assoluto tra le strutture sociali più stabili mai incontrate. Non si registrano scontri o forme di aggressività all’interno dei piccoli branchi di orche.  Membri dei pod comunicano tramite vari tipi di suoni che sono usati sia per comunicare tra loro che per navigare ed emettono clicks (simili a quelli dei delfini). Ogni branco possiede un vero e proprio dialetto che sembra tramandarsi per generazioni. Anche le orche sfruttano il sistema dell’ecolocazione.

Sono mammiferi estremamente curiosi e all’interno dei branchi sono stati visti giocare ed addirittura imitare comportamenti di altre specie con l’esclusiva finalità di consolidare i rapporti sociali. E’ stato osservato che spesso le orche emergono dall’acqua e girano su se stesse semplicemente per “dare un’occhiata intorno”.

Uno studio di qualche anno fa sui cetacei ha portato alla luce una scoperta assolutamente sorprendente.  Nei cervello dei primati esistono cellule speciali che regolano le emozioni, l’organizzazione sociale, l’empatia e l’intuizione. Nel cervello dei cetacei, nella medesima sede, sono state identificate le cellule denominate “fusiformi” che si suppone abbiano le stesse funzioni. In alcune specie di cetacei poi, il numero queste di cellule, che hanno qualcosa in comune con i più conosciuti neuroni a specchio, sarebbe addirittura tre volte superiore che nell’uomo. Questo significherebbe riconoscere anche in termini morfologico funzionali e non sono anedottici, l’esistenza di queste funzioni cognitive superiori nei mammiferi marini senza più alcuna ombra di dubbio.

“ORLANDO (Florida, Usa) – Orrore al SeaWorld di Orlando, in Florida. Un’addestratrice del parco acquatico – uno dei tanti dell’omonima catena statunitense di parchi di divertimento – è stata uccisa da un’orca davanti agli occhi del pubblico. La donna stava illustrando agli spettatori lo show cui avrebbero assistito – che per tragica ironia si intitolava «Cena con l’orca» – quando il cetaceo è fuoriuscito dalla piscina afferrandola tra le fauci. L’orca ha quindi trascinato la donna prima sul fondo e poi per tutta la piscina in una sorta di macabra danza della morte. A quel punto, riferiscono testimoni citati dal Los Angeles Ti-mes, sono suonate le sirene e tutti gli spettatori sono stati fatti allontanare. L’orca chiamata Tilikum, e ribattezzata con il nomigliolo di Tilly in occasione degli spettacoli, era a Sea-World dal 1992, ma sei mesi prima del suo arrivo era stata coinvolta nella morte di un altro addestratore in un parco della British Columbia, in Canada. Dopo l’incidente, che ha choccato molti dei bambini che vi assistevano, il parco è stato immediatamente evacuato:”

Cosa non viene detto in questo articolo? Molte cose non sono come sembrano. Non viene detto che gli incidenti tra addestratori e orche sono molto più comuni di quanto dichiarano i direttori dei pachi acquatici (parliamo di decide e decine di addestratori morti o gravemente feriti). Che l’orca in questione era già stata protagonista di altri due incidenti mortali. Forse questo suggeriva che l’animale viveva un disagio o aveva qualche problema? Spesso i parchi acquatici danno il medesimo nome alle orche che vivono nel parco per suggerire la lunga vita di animali che invece muoiono e vengono rimpiazzati. Se negli Stati Uniti c’è un relativo controllo sul fatto che i cetacei presenti nei parchi sia proveniente da accoppiamenti in cattività, non è possibile garantire lo stesso in altre parti del mondo dove la maggior parte degli animali presenti nei delfinari viene cacciata, catturata e poi addestrata. Sono animali che provengono dalla vita selvatica. Ribadiamo che in natura non sono mai stati testimoniati attacchi all’uomo, mai.

Come ho sottolineato all’inizio dell’articolo, il concetto di delfinario si sostiene sulla falsa tesi che sarebbero utili per la divulgazione di informazioni didattiche per il pubblico e l’attività di ricerca a beneficio della conservazione della specie.

L’8 maggio del 2012 è stato presentato un dossier sullo stato dei delfinari in 14 Paesi dell’ Unione Europea e il verdetto è severo. Così come sono, nessuno è conforme ai requisiti previsti dalla legge (D.M. 469/2001) e questi luoghi andrebbero tutti chiusi.

A condurre lo studio è la Whale and Dolphin Conservation Society per contro della coalizione europea ENDCAP, in collaborazione con la Born Free Foundation. La WDCS giudica che le strutture esaminate sono gestite come parchi turistici, dove l’esposizione dei cetacei è solo un mezzo per attrarre soldi e fare business. Gli esperti ricordano che i cetacei, non sono adatti per la vita in cattività e gli spettacoli, soffrono di una mortalità più elevata rispetto a quella in natura, causata da un aumentato stress in un ambiente innaturale che ovviamente gli impedisce la libertà del mare aperto. Finalmente se ne ricordano, aggiungo io!

Ecco quindi l’appello alla Commissione europea e agli stati membri “perché si occupino con urgenza delle raccomandazioni contenute nel rapporto e si muovano al più presto per eliminare una volta per tutte queste imprese commerciali”.

Tutti i delfinari nell’Ue mostrano i cetacei in regolari spettacoli e presentazioni in cui gli animali eseguono sequenze di giochi e figure rispondenti a comportamenti del tutto innaturali. In molti casi, l’esibizione avviene sullo sfondo di musica ad alto volume. Quanto alla obbligatoria divulgazione d’informazioni a fini didattici nei confronti del pubblico, la maggioranza dei parchi esaminati risulta svolgerla in modo assolutamente insufficiente. Diciannove delfinari offrono altresì ai visitatori l’occasione di fotografare o avvicinarsi ai cetacei con programmi di nuoto o di terapia assistita dai delfini (senza che esistano conferme dal mondo scientifico sul loro reale valore terapeutico). L’Italia, anch’essa nel mirino dell’ indagine, sede di sei delfinari e seconda solo alla Spagna per numero di strutture, non ne esce indenne. Sotto accusa, sono soprattutto gli show acquatici dei cetacei.

Vi ricordate Flipper?

Era il protagonista di una famosa serie TV degli anni ’60. Il suo ex addestratore di nome Ric O’Barry (in realtà fu lui ad addestrare i 5 delfini che hanno recitato la parte di Flipper nella serie) ha recentemente dichiarato: “Nella mia vita ho catturato circa 100 delfini, compresi i 5 usati negli anni ’60 per la serie Flipper. Ero uno degli addestratori più pagati del mondo. Se volevo potevo mettere in piedi un programma di addestramento di delfini e fare 3-4 milioni di dollari l’anno. Sono cambiato quando Flipper è morto suicida tra le mie braccia. Uso questa parola con trepidazione, ma non conosco un’altra parola che descriva l’asfissia auto-indotta. I delfini e gli altri mammiferi marini non respirano in modo automatico. Ogni respiro è un atto conscio, ed è per questo che non dormono mai. Se la vita diventa una pena insopportabile, semplicemente decidono di non respirare più. Flipper mi ha guardato negli occhi e ha smesso di respirare.” [...] “Senso di colpa non è un termine abbastanza forte per descrivere quello che provo. Ma non sono motivato dal senso di colpa, anche se una volta lo ero. Ora io sono questo: mangio, dormo e vivo questa vita e non smetterò mai di combattere per i delfini fino a che avrò respiro.”

Riflessioni di Etologia Relazionale: siamo di fronte a specie straordinarie mammiferi marini come delfini, orche e beluga. Abbiamo imparato a conoscere alcuni dei loro comportamenti e delle loro abilità.

Se crediamo a delle assurdità, commetteremo delle atrocità.

Voltaire

Certamente quello che abbiamo scoperto in poche righe è che si sono evoluti in milioni di anni sviluppando un corpo adatto a nuotare in mare aperto. Sconfinate distanze. Immersioni profonde. Salti acrobatici. Orientamento nel blu profondo senza nessun riferimento, muovendosi senza esitazioni in tre dimensioni attraverso un sistema unico e magnifico come l’ecosonar. Sanno comunicare tramite un linguaggio che non comprendiamo ancora ma certamente è complesso quanto le loro strutture sociali. Sono legati e collegati da rete di relazioni e possiamo supporre da intense emozioni.

Gli elementi che concorrono a sviluppare una struttura emozionale sana e capacità empatiche equilibrate sono principalmente due: l’ambiente in cui gli animali crescono e le relazioni che stabiliscono con gli adulti del gruppo e in particolare il legame con la mamma. Provochiamo una profonda diminuzione delle dotazioni empatiche del cucciolo, e con buona probabilità mettiamo le basi perché la mente e l’affettività di quell’animale crescano disturbate, se interrompiamo questi legami. Esattamente come nel caso dei bambini, questo tipo di trauma in età infantile può condurre con notevole probabilità a comportamenti violenti. La distruzione del legame con la madre e con il resto del gruppo interferisce fortemente con l’eventualità che in età adulta questi animali siano soggetti equilibrati e sani a livello mentale.

Cosa facciamo noi esseri umani? Noi, specie Homo sapiens sapiens, animali che pretendiamo di auto collocarci in cima alla scala evolutiva (per inciso non esiste nessuna scala!)? Prendiamo questi magnifici esempi di biodiversità e li rinchiudiamo in vasche che se va bene sono profonde 5 metri e larghe 20. Li addestriamo (parola che scegliamo di non usare nemmeno più con i nostri amati cani). ​​Li allontaniamo dal loro ambiente e li chiudiamo in un carcere dove devono esibirsi per noi. Senza spazio. Senza la loro comunicazione. Senza che la loro vita abbia un senso in relazione al loro gruppo. Li priviamo delle loro famiglie, dei legami, del collegamento con la loro natura di mammiferi marini. Li strappiamo dal mare. E chiamiamo questi abomini parchi acquatici? Abbiamo dalla nostra parte un potere enorme: la scelta. Possiamo scegliere di parlare con competenza e responsabilità di questo argomento diffondendo le corrette informazioni riguardo a queste strutture. Possiamo scegliere di non portare i nostri figli nei parchi acquatici.

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