L'Italia è attanagliata dal caos, non solo quello scatenatosi a margine del fallimento dell'accordo sulla legge elettorale siglato tra le quattro maggiori forze parlamentari – Pd, M5S, Forza Italia e Lega – ma anche, soprattutto, dall'estrema frammentazione del quadro politico. Se a destra, Silvio Berlusconi sembra sempre più intenzionato ad abbandonare gli storici alleati Matteo Salvini e Giorgia Meloni, a sinistra la situazione è decisamente più complicata e frammentata. In campo al momento ci sono molteplici formazioni nate in seguito ad altrettante molteplici scissioni, che in vista delle elezioni – anticipate o a scadenza naturale della legislatura – stanno cercando di ricucire i rapporti nel tentativo di formare una lista unitaria a sinistra del Pd.

Nel corso delle ultime settimane, ma in realtà sin dalla scissione che ha portato Bersani, D'Alema, Rossi e Speranza a uscire dal Pd per fondare Articolo 1 – Mdp, gli appelli all'unione si moltiplicano, senza però trovare un reale solido sbocco. Dalla scissione di Sinistra Ecologia e Libertà, che ha visto la nascita della costola parlamentare Sinistra Italiana, alla scissione del Pd, che ha visto la fondazione di Mdp, a Possibile di Pippo Civati, fino al lancio di Campo Progressista di Giuliano Pisapia, le anime della sinistra appaiono estremamente disorganiche, scoordinate e sconnesse, nonché in eterna lotta fratricida tra loro. Dopo l'exploit di Corbyn in Inghilterra, a maggior ragione la sinistra punta all'unitarietà per raggiungere un potenziale 16% di consensi descritto dagli ultimi sondaggi politici diffusi, dimenticandosi però di non avere un Corbyn in casa, ma soprattutto che l'unitarietà non può essere creata ad arte da un accordo di facciata che lega correnti differenti perennemente in guerra fra loro.

La sinistra italiana sostanzialmente sconta infatti soprattutto due mancanze: il non avere un leader riconoscibile e riconosciuto dalle masse e il perseverare nel parlare agli elettori con un linguaggio troppo elitario e poco funzionale, a tratti quasi incomprensibile. Alla strenua ricerca del leader che possa scendere in campo e aggregare le varie anime della sinistra, in modo da drenare consensi al Pd a trazione renziana, la scelta al momento sembra posarsi su due distinti plausibili federatori in contrapposizione tra loro: l'ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia e la ex portavoce del comitato del No al referendum costituzionale, l'avvocato Anna Falcone. Entrambi hanno lanciato appelli all'unità e annunciato costituenti per riunire la sinistra, contrapponendosi però tra loro, che sono stati raccolti o guardati con favore da varie formazioni parlamentari ed extra-parlamentari, una sorta di riedizione del fallimentare progetto della Sinistra Arcobaleno del 2008.

Nel mezzo, Matteo Renzi rompe le uova nel paniere e annuncia di guardare con favore a Pisapia, inviando segnali d'apertura e distensione, probabilmente complici gli ultimi sondaggi che delineano uno scenario non esattamente ottimistico per il Pd. Dalla sua parte Giuliano Pisapia ha il merito di aver sostenuto il Sì al referendum costituzionale del 4 dicembre, elemento che però lo pone appunto in contrapposizione con l'ala più ortodossa della sinistra italiana che invece scese in campo in blocco a sostegno del No. Anna Falcone, insieme a Tomaso Montinari, proprio pochi giorni fa ha annunciato un evento a Roma invitando tutte le forze politiche di sinistra per sondare il terreno e capire se esistano i margini per un reunion, puntando sul popolo del No al referendum costituzionale. L'appello all'unità è stato accolto bene o male da tutte le formazioni – da Si fino a Possibile passando per un tiepido Mdp, nonostante normalmente passino il tempo a guardarsi in cagnesco – ma stando ad alcune dichiarazioni nemmeno troppo velate, Falcone non vede di buon occhio un eventuale discesa in campo di Pisapia, proprio a causa del peccato referendario.

Pisapia, nel suo progetto federatore Campo Progressista ospita però anche anime di sinistra che Renzi vede come fumo negli occhi, ovvero i bersaniani e i dalemiani. L'idea del segretario del Partito Democratico è quella di coalizzarsi con l'ex sindaco di Milano per drenare consensi alla sinistra più ortodossa, mentre dall'altra parte invece Pisapia sembra non essere interessato a nulla che non sia un progetto di aggregazione ad ampio respiro. Insomma, a Giuliano Pisapia non interessa barattare posti sicuri in lista per divenire la stampella del Pd di Renzi, mentre a Renzi non interessa riunire la sinistra con un listone unitario che possa riprendere al suo interno le ex correnti uliviste e dem che ha combattuto sin dagli albori.

Insomma, la sinistra è al momento seriamente instabile e confusionaria, nonché priva di una solida strategia politica. La lotta fratricida tra le varie parti appare insanabile nonostante gli appelli all'unità e le varie costituenti annunciate e difficilmente sarà possibile spiegare agli elettori per quale motivo, dopo molteplici scissioni all'ultimo sangue, proprio a ridosso delle elezioni si pensa a tornare tutti insieme appassionatamente, come se le spaccature non fossero mai esistite e come se le ataviche divergenze siano state realmente colmate.