Analisti, commentatori, politologi e molti, moltissimi elettori del centrosinistra, sono tutti concordi: queste elezioni amministrative di giugno 2017 sono state una vera e propria débâcle per il Partito Democratico, che perde territori storici come Genova, La Spezia, L'Aquila e Sesto San Giovanni, consegnati nelle mani del centrodestra, vincendo in soli 4 capoluoghi su 22 al ballottaggio. Probabilmente una sconfitta prevedibile e prevista dal segretario del Pd Matteo Renzi, che nei giorni antecedenti il secondo turno ha scientemente evitato di parlare dei ballottaggi del 25 giugno, arrivando per esempio domenica pomeriggio a pubblicare un post dedicato al motociclista Valentino Rossi senza minimamente menzionare nemmeno di sfuggita le elezioni. E anche durante la serata elettorale, a urne chiuse, al Nazareno Matteo Renzi non s'è fatto vedere.

L'analisi della vittoria di Pirro è arrivata circa due ore abbondanti dopo, quando ormai il centrodestra stappava champagne e festeggiava la presa di storici fortini della sinistra. Perché analisi della vittoria di Pirro? Perché leggendola si evince chiaramente un dato: vietatissimo chiamare questa lampante disfatta con il proprio reale nome, che corrisponde a "sconfitta". "Risultato a macchia di leopardo", "poteva andare meglio", "abbiamo però conquistato Cernusco sul Naviglio, Sciacca, Mira, Molfetta", "in Veneto e Puglia siamo andati meglio del previsto". Una lunga serie di scuse e giustificazioni che ricordano tanto quelle sciorinate da Jake alla povera fidanzata dopo averla mollata sull'altare in The Blues Brothers, molto lontano dalle prese di posizione espresse nel giugno 2016, alla luce della disfatta dem al primo turno a Torino e Roma

Come ai vecchi tempi il giorno dopo le Elezioni hanno vinto tutti. Tutti sorridono davanti alle telecamere per dire che loro sì che hanno trionfato, signora mia. Spiacente, io non sono fatto così. E l'ho detto chiaro: non sono contento, avrei voluto di più. Non sarò mai un pollo di allevamento della politica che ripete le stesse frasi banali ogni scrutinio.

Insomma, come se non bastasse, inoltre, poche ore dopo l'analisi di questa non vittoria di bersaniana memoria, Matteo Renzi si è prodigato a condividere un'infografica realizzata da Youtrend beandosi del fatto che tra il primo e il secondo turno il Pd avesse racimolato più sindaci rispetto agli avversari, battendo anche il centrodestra. Certo, 67 sindaci contro 59 appare, ed è, un risultato aritmeticamente superiore se non adeguatamente sezionato e analizzato, peccato che quel risultato aritmetico non tenga conto del fatto che guadagnare per esempio Chivasso, con tutto il rispetto per Chivasso, e perdere contestualmente Genova, La Spezia, L'Aquila non sia esattamente paragonabile a livello di successo elettorale. Il peso specifico della tranvata ai ballottaggi è decisamente superiore rispetto ai risultati ottenuti al primo turno o in comuni meno importanti.

Ancora aggrappato al risultato delle primarie dello scorso 30 aprile, che hanno sancito la vittoria di Renzi con il 70% dei consensi, il segretario del Pd non è in grado di ammettere che la sconfitta odierna sia frutto di un estremo allontanamento del Pd nazionale dal territorio, allontanamento più e più volte segnalato con preoccupazione dai componenti sia della ex minoranza sia dell'attualmente minoranza dem. Sebbene sia vero che le elezioni locali seguono dinamiche estremamente differenti rispetto alle politiche e sebbene sia vero che alle elezioni locali il Pd si sia presentato con candidati sostenuti da ampie coalizioni di centrosinistra e non da solo, la sconfitta proprio per questo motivo appare ancor più bruciante: il centrodestra unito ha dato prova di poter tornare a vincere a man bassa, ma soprattutto di reputare le elezioni amministrative molto importanti per la ricostruzione del consenso perso negli ultimi anni, mentre il centrosinistra unito è stato percepito dagli elettori come una sorta di fumosa coalizione d'intenti costruita sui personalismi, percezione probabilmente amplificata dalla totale indifferenza dimostrata dai vertici del Partito Democratico nei confronti di queste elezioni, passate in sordina sia prima del primo turno, sia dopo, nonostante i sobri festeggiamenti andati in scena domenica 11 giugno alla chiusura delle urne.