Ci sono volte in cui la “casta” fa di tutto per far vincere i movimenti populisti. La battuta, che tale non è, circola stamane sui mercati finanziari dopo che si sono diffuse ulteriori indiscrezioni riguardo il prossimo giro di nomine pubbliche. In teoria nominare o confermare un manager spetta all’azionista di maggioranza, che nel caso di società a partecipazione statale come Leonardo, Terna o Poste Italiane, piuttosto che Eni ed Enel (i cui Cda sono tutti in scadenza) è il ministero dell’Economia e finanze, dunque la nomina andrebbe decisa dal ministro in carica (Pier Carlo Padoan), in accordo ovviamente con le indicazioni del capo del governo (il premier Paolo Gentiloni).

Buona pratica sarebbe guardare ai risultati ottenuti dai manager nel rispetto del mandato loro assegnato: se sono riusciti a portare a centrare la maggior parte degli obiettivi stabiliti meriterebbero una riconferma, altrimenti potrebbero e dovrebbero farsi da parte, limitandosi a trattare la propria liquidazione (che solitamente è piuttosto generosa nel caso dei manager pubblici di alto livello). Non si dovrebbe guardare, o si dovrebbe guardare solo una volta stabilito il principio di competenza di cui sopra, alla “vicinanza” del singolo manager all’uno o all’altro personaggio politico.

Ma questo evidentemente in Italia rimane solo un auspicio e “chi visse sperando, morì non si può dire” come recitava una canzone alcuni anni fa. Se infatti le voci che si rimbalzano sui giornali e in borsa troveranno conferma, ai vertici di Poste Italiane non saranno riconfermati né l’amministratore delegato Francesco Caio né il direttore finanziario Luigi Ferraris. Ai due manager non sono imputabili errori di sorta, anzi Caio è riuscito anche con l’ultima trimestrale a superare le attese del mercato, come hanno notato praticamente tutti gli analisti finanziari.

Mediobanca Securities, ad esempio, ha messo nero su bianco che “il superamento delle stime sta diventando lo standard”, sia per quanto riguarda l’attività legata alla corrispondenza e pacchi, sia per lo sviluppo delle attività finanziarie, con una “ulteriore crescita dei depositi nel quarto trimestre” che fa ben sperare. Ma Caio non pare essere “vicino” all’ex premier Matteo Renzi, che lo riterrebbe troppo indipendente e avrebbe pertanto deciso di imporre Matteo Del Fante, attualmente amministratore delegato di Terna (la società che gestisce la rete elettrica italiana), sulla cui poltrona verrebbe spostato proprio Luigi Ferraris.

Fino a qualche giorno fa si pensava che Caio si sarebbe potuto accomodare sulla poltrona di amministratore delegato di Leonardo (l’ex Finmeccanica), dove l’ex sindacalista ed ex numero uno delle Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti, difficilmente sarà riconfermato perché nonostante i buoni risultati ottenuti è incappato in un “incidente di percorso” legato alla sua condanna in primo grado in relazione al disastro ferroviario di Viareggio, avvenuto quando il manager era ai vertici delle ferrovie italiane.

Niente da fare, pare: Renzi avrebbe deciso che la  poltrona di Moretti va data ad Alessandro “il grande” Profumo, già amministratore delegato di Unicredit, poi presidente di Mps ed attualmente presidente (e azionista) di Equita Sim, per inciso l’unico broker che su Leonardo conserva un giudizio piuttosto prudente nonostante buoni conti e buona prospettiva vista anche la presenza del gruppo negli Usa che con Donald Trump si preparano a tagliare le spese per la salute e l’ambiente, ma ad aumentare quelle per infrastrutture e armamenti, settore quest’ultimo dove Leonardo opera con successo.

Al termine di tutto questo tourbillon di poltrone, due dubbi resterebbero da chiarire: primo, come possa rimanere al suo posto senza batter ciglio Paolo Gentiloni se, come sembra, il suo ministro dell’Economia e finanze (che per coerenza nel caso dovrebbe quanto meno ipotizzare le proprie dimissioni) fosse stato favorevole ad una riconferma quanto meno di Caio ai vertici di Poste Italiane; secondo, quale sarà il destino di Poste Italiane e Leonardo.

Nel primo caso in teoria si dovrebbe procedere ad una privatizzazione che la sostituzione di Caio farebbe quanto meno slittare, se non finire nel dimenticatoio (magari con la variante del “parcheggio” di una ulteriore quota di capitale presso Cassa depositi e prestiti). Nel secondo c’è chi ipotizza, come il sito di gossip Dagospia, che la nomina di un banchiere che del settore in cui opera Leonardo nulla conosce, ma è molto abile a siglare accordi di fusione e acquisizione, potrebbe favorire una vendita del gruppo italiano al colosso francese Airbus Group (l’ex Eads), magari da far passare come espansione in Europa.

Peccato che l’espansione vera, come quella decisa da Leonardo Del Vecchio per la sua Luxottica, in procinto di fondersi con la francese Essilor, significhi che le leve decisionali restano nelle mani di chi si “espande” (come sarà infatti nel caso della futura Essilor-Luxottica, in cui Del Vecchio resterà di gran lunga l’azionista più importante con una quota tra il 31% e il 38% del capitale). Cosa che nel caso di Airbus, che fa riferimento allo stato francese per il 22,5% e che capitalizza 54,4 miliardi di euro contro gli 8 miliardi di Leonardo, non potrà mai capitare.

E’ pur vero che si può scegliere di diventare azionistiimportanti” (ma minoritari) di un gruppo più grande, ma la decisione, di nuovo, non dovrebbe spettare all’azionista di riferimento dell’azienda, anziché ad un leader politico che al momento non ha alcuna carica pubblica? Di fronte a simili ipotesi c’è dunque solo da sperare che si tratti di voci create ad arte a causa del clima politico sempre più rovente in vista di possibili elezioni anticipate.

Perchè se le voci si tramutassero in fatti a sorridere sarebbero solo i movimenti populisti come M5S o Lega, che avrebbero nuovi argomenti per urlare contro la permanenza al poter della “casta”. Nel frattempo Leonardo, Terna e Poste Italiane tornano a perdere quota in borsa (per Eni ed Enel si andrebbe verso una riconferma dei vertici attuali, dunque nessun particolare effetto), ma cosa volete che importi: in fondo ne soffrono solo gli azionisti, no?