Se c’è una cosa che mette d’accordo retroscenisti, sondaggisti ed analisti politici è la considerazione della vertiginosa ascesa di Matteo Salvini nel gradimento degli elettori. Il leader milanese, già protagonista assieme a Roberto Maroni  del miracoloso salvataggio del partito (i tempi del Trota, delle lauree in Albania, degli Eraldo Isidori, di Belsito e dei diamanti in Tanzania sembrano lontani anni luce, un’operazione “oblio” praticamente perfetta), sembra infatti destinato a portare il Carroccio ben oltre il 10% dei consensi: un dato impressionante se comparato ai risultati del passato e soprattutto se tradotto in “eletti”, sia a livello locale che nazionale. Una crescita tanto rapida quanto non casuale, programmata, studiata fin nei minimi dettagli.

Perché Salvini è tutto tranne che uno sprovveduto: è un politico accorto, intelligente e furbo, che pianifica le mosse e ha messo in campo una strategia semplice, ma efficace. Che passa prima di tutto per l'occupazione costante e continua dei mezzi di informazione (ma questo è un altro discorso, sul quale ritorneremo) e su un utilizzo frenetico, ma soprattutto "vero" dei social network. "Matteo" scrive in prima persona su facebook (e con una continuità spaventosa), posta foto, notizie (bufale, anche…), utilizza twitter in maniera meno intensiva ma più incisiva, ha ben chiare le differenze fra i due mezzi e le sfrutta a proprio vantaggio: in definitiva, la sua attività social è sempre "orientata", studiata, ragionata (anche quando non sembra). Nessuno fra i leader politici fa lo stesso (anche se ci rendiamo conto che su Renzi ci sarebbe da fare un discorso a parte, considerando il senso e la portata del "progetto disintermediazione").

Il punto è che lo strumento social è essenziale alla penetrazione in un determinato spazio politico, in cui trovano posto insofferenza, frustrazione, ma anche confuse istanze escatologiche, rivendicazioni anticasta, polemiche "antistatali" e, ovviamente, rabbia e insofferenza nei confronti dei fenomeni legati all'immigrazione. Salvini in sostanza si è reso conto, prima e meglio di altri, che c'è un enorme bacino elettorale in cui portare il Carroccio e ha ridisegnato funzionalmente la piattaforma politica del suo movimento. Depurandola prima di tutto da logiche "governiste" e ridimensionando la centralità del tema della secessione (superato, marginale e fortemente "divisivo"), ma soprattutto orientandola su istanze condivise, ansie diffuse, "pensieri deboli". Mettendo per un attimo da parte la questione immigrazione (di quanto abbia contribuito alla carriera di Salvini ne abbiamo scritto qui), la propaganda leghista abbraccia questioni come l'uscita dall'Euro, la polemica contro la magistratura, la critica alle multinazionali, la condanna dello "statalismo delle tasse", la lotta alla legge Fornero sulle pensioni, la critica alle banche. Questioni concrete e sviluppate con chiarezza e nettezza, senza mezze misure. Di fatto che l'approccio sia spesso semplicistico e superficiale non sembra un problema, anzi pare quasi uno dei punti di forza della narrazione del leader leghista.

Salvini, insomma, piace perché dice quello che "quella gente" pensa. E lo fa in modo (più o meno) credibile, empatico, semplice e diretto, dando dignità politica alle istanze e alle ragioni di "quella gente". Si dirà che non è il primo a rivolgersi a quel tipo di elettorato, né il primo a tentare di parlare alla "pancia" del Paese. Certo, ma è l'unico a farlo dal basso, senza spocchia, senza quell'insulso paternalismo e, soprattutto, senza catene di alcun tipo. Il leader milanese non ha responsabilità di Governo pregresse (certo, la Lega è stata al Governo per anni…ma ricordate l'operazione oblio?), non ha una pletora di affaristi / finanziatori / clientele cui rendere conto, non ha una base di militanti fortemente politicizzata ad arginarlo (come succede finanche nel M5S, si vedano il caso immigrazione o le diatribe interne), non ha un gruppo parlamentare litigioso e diviso, non ha legacci ideologici, non ha pendenze giudiziarie a minare la sua credibilità, non ha la necessità di chinare il capo con i potenziali alleati.

E solo in questo contesto ha senso parlare di lepenizzazione della Lega Nord, passaggio testimoniato anche dal tentativo di superare il livello "territoriale" e presentarsi come forza "del popolo" (in che tempi si arriverà al cambio del nome non è dato sapere, ma il processo è in atto). Certo, restano i limiti di una proposta politica che si presume "post ideologica" e che in realtà sconfina nell'estremismo di destra ("non siamo né di destra né di sinistra", frase tanto vuota quanto abusata), ma nel contesto attuale conta la "percezione" dell'elettorato e la capacità di penetrazione dei messaggi. Su questo campo si sfidano Grillo e Salvini, che lasciano ormai le briciole alla Meloni, a Casapound, a ciò che resta di Forza Italia (e Berlusconi, che non è un novellino, lo ha capito da tempo, provando a spostare la sua "offerta politica" su pensionati e piccoli imprenditori). Il vantaggio di Salvini, oltre che dal fatto di avere le mani libere dalla pressione di militanti, parlamentari ed attivisti e dalle esigenze di un co-fondatore, è però determinato da una sorta di "inessenzialità" della proposta politica. Detto in altri termini: c'è una pars costruens, sulla quale Grillo ha sbattuto il muso, che Salvini può saltare a pie' pari (non che la Lega non produca proposte, sia chiaro…è solo che non interessano praticamente a nessuno), scansando anche le mine di giornalisti e media (verso i quali il leader leghista è munifico di interventi, dichiarazioni, interviste).

L'altro grande beneficiario della politica di Salvini è Matteo Renzi. In primo luogo perché il leader leghista si muove in un bacino elettorale che non interessa minimamente al Presidente del Consiglio, il quale ha svuotato in questi mesi il fronte moderato, ha convinto una tipologia di elettorato (tra l'altro molto affezionata alle urne) che non interseca il bacino cui si rivolge il leader leghista, e sa di non poter concedere molto alla "gente di Salvini", né sul piano dell'azione di Governo né su quello della comunicazione. Salvini rappresenta poi il suo alter ego ideale, specialmente nell'ottica di ricompattare l'elettorato di centrosinistra: un nemico dipinto come rozzo, superficiale, estremista, fascistoide, populista, una sorta di surrogato di ciò che è stato Berlusconi per i vari D'Alema, Prodi e Veltroni, insomma. E, infine, il Presidente del Consiglio sa benissimo che il leader leghista non è affatto un ostacolo nel suo progetto di "lunga governabilità", che non prevede affatto un bipolarismo dell'alternanza (almeno in questa prima fase). Quella che ci avviamo a vivere sarà infatti la lunga stagione del centrosinistra al Governo, in attesa della ricostruzione del centrodestra e della definizione di un progetto politico maturo in casa 5 Stelle: in queste condizioni, avere un avversario che svuota di contenuti e consensi le due forze "alternative" e che per di più pretende di essere "egemone" e non solo alleato, è un vantaggio considerevole.

PS: Come dite? Ci sarebbero i contenuti, i programmi e gli ideali? Beh, per quello c'è sempre tempo: l'unico concetto veramente "relativo" nella politica italiana.