Ci aveva già provato Antonio Di Pietro ai tempi di Italia dei Valori: nel 2010 l'allora segretario di Italia dei Valori obbligò tutti i suoi candidati alle elezioni regionali a sottoscrivere il contratto astutamente chiamato "anti-voltagabbana" (infuriava la polemica sui suoi fuoriusciti Razzi e Scilipoti che salvarono il governo Berlusconi) che prevedeva una penale di 100.000 euro per chi avesse abbandonato da eletto il partito. Non gli andò bene, anzi quel contratto si rivelò un boomerang e venne bollato come "vessatorio" dal tribunale che respinse la richiesta di risarcimento nei confronti di Giacomo Olivieri, consigliere regionale pugliese. Ai tempi Di Pietro si appellò a un non precisato "risarcimento per le spese elettorali sostenute" che non ebbe nessun effetto giuridico.

Ora è Beppe Grillo ha scrivere sul suo blog che l'europarlamentare Marco Affronte (che ha lasciato il Movimento 5 Stelle per confluire da indipendente nel gruppo dei Verdi) dovrà rispettare la clausola sottoscritta nel contratto di candidatura e pagare i 250 mila euro di penale previsti. "Vale meno della carta straccia" ha risposto Affronte. E forse non ha tutto i torti. Innanzitutto c'è l'articolo 67 della Costituzione («Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato») che, sebbene si riferisca ai membri del Parlamento, viene ritenuto come principio generale dell'ordinamento (lo dice chiaramente il T.A.R. Trentino Alto Adige, Trento, sez. I, nella sentenza del 9 marzo 2009, n. 75) e quindi risulta applicabile al rapporto tra qualsiasi eletto con il proprio partito. Ma soprattutto la Carta Europea delle Autonomie Locali del 1985 (documento del Consiglio d'Europa) afferma a chiare lettere (estendendo tra l'altro anche agli enti locali in Italia) all'articolo 7 il divieto di "mandato imperativo". Quel trattato (ratificato già nel 1989) per la sua natura internazionale ha forza superiore alle leggi ordinarie (articolo 117, comma 1, della Costituzione).

Sul tema si espresse già Cesare Mirabelli, ex Presidente della Corte Costituzionale, che in un'intervista a Il Messaggero dichiarò: "non ci sono gli estremi giuridici per costringere un eletto a pagare qualcosa alla formazione con la quale si è presentato alle elezioni. Il Movimento 5 Stelle non ha alcun potere giuridico per costringere i firmatari del Codice a pagare o a comportarsi diversamente dalla loro propria volontà. Né tantomeno a restare per sempre nel gruppo", aggiungendo che "nessun partito può stabilire regole vincolanti che finiscono per disciplinare non la vita interna della formazione politica ma quella delle istituzioni. Da questo punto di vista le regole del Codice M5S non solo appaiono in alcuni punti bizzarre e criticabili ma sono semplicemente nulle."

Anche Roberto Castaldi, esperto di diritto europeo e ricercatore presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, spiegò sulle pagine de l'Espresso che “In Europa non c'è alcun vincolo di mandato proprio come in Italia, e quanto scritto in questo codice sul tema delle dimissioni e della sanzione è solo propaganda politica”. Anche nel caso in cui che tra il Movimento e il singolo candidato venisse firmato un contratto privato – spiega Castaldi – questo non avrebbe alcun valore giuridico e potrebbe essere facilmente impugnato di fronte a un tribunale”.

Rimane la questione del "danno d'immagine" che secondo Grillo (e Casaleggio) la fuoriuscita di un deputato provocherebbe alla credibilità del Movimento 5 Stelle (meglio: al suo proprietario Beppe Grillo) e su questo probabilmente faranno leva i suoi legali. Anche qui la giurisprudenza parla chiaro: il codice civile (poiché il contratto rientrerebbe nella clausola penale prevista dall'ex art. 1382) dice che “chi esercita un proprio diritto non danneggia nessuno”. Al di là dei proclami quindi la strada di un'eventuale sanzione a Affronte (e in generale a chi lascia il Movimento 5 Stelle) è stretta e difficilmente praticabile. Con buona pace di Grillo.