“Non abbiamo allo studio alcun provvedimento, di nessun tipo”: così ha risposto oggi il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, a chi chiedeva conferme in merito alle voci di un possibile innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni,  in relazione all’aumentata aspettativa di vita (una volta pensionati), che secondo quanto scrive Il Corriere della Sera sarebbero salite per gli uomini da 18,6 anni del 2013 ai 19,1 anni del 2016 e per le donne da 22 a 22,4 anni. Intanto però il tam tam ha iniziato a circolare in rete, ma anzitutto che cosa si intende con età pensionabile?

Il termine indica i requisiti anagrafici (età minima) e contributivi (numero minimo di anni di versamenti) che consentono ad un lavoratore di ottenere un trattamento previdenziale, ossia una pensione, a carico di un ente previdenziale, pubblico o privato che sia. Nel caso della previdenza obbligatoria pubblica italiana (gestita dall’Inps), dopo la Riforma Fornero del 2011 tali requisiti sono determinati prevalentemente da due prestazioni pensionistiche: la pensione di vecchiaia e la pensione anticipata.

Nella pensione di vecchiaia il lavoratore deve raggiungere un’età minima (in linea generale 66 anni e 7 mesi, età ridotta di un anno per le lavoratrici dipendenti private e di un anno e 6 mesi per le lavoratrici autonome e le iscritte alla gestione separata) accompagnato da almeno 20 anni di contributi; in quella anticipata i contributi versati hanno un peso prevalente rispetto all’età anagrafica tanto che risulta possibile ottenere una pensione indipendentemente dall’età del soggetto al perfezionamento di uno specifico requisito contributivo.

Fatte salve una serie di eccezioni (lavori usuranti, personale viaggiante, lavoratori dello spettacolo, sportivi professionisti ed altre casistiche ancora) c’è poi da fare un discorso a parte per l’Ape (Anticipo pensionistico) che consentirà a chi ha raggiunto i 63 anni di età di lasciare in anticipo il lavoro, in attesa di raggiungere la pensione di vecchiaia. L’Ape, come indica il nome, non è tuttavia una ulteriore tipologia di pensione ma un anticipo, un “reddito ponte” erogato dallo stato (Ape sociale) o dal settore bancario (Ape volontario), in questo secondo caso erogato come prestito da restituire nei 20 anni successivi all’entrata in pensione.

Le voci diffuse sulla stampa negli ultimi giorni palavano invece di un lieve innalzamento dell’età pensionabile (a 67 anni) dal 2019. Ipotesi smentita, per ora, da Poletti, anche una legge del 2010 già prevede che entro la fine di quest’anno si proceda ad adeguare l’età pensionabile alle speranze di vita, individuando (in base a dati che dovranno essere forniti dall’Istat, che al momento non ha ancora effettuato la comunicazione) un nuovo parametro che entrerebbe in vigore, proprio come vogliono le voci, a partire dal primo gennaio 2019.

Insomma, il sospetto che Poletti possa ora smentire, ma entro fine anno proceda comunque come previsto di concerto col ministro dell’Economia e finanze, Pier Carlo Padoan, è tutto meno che peregrino. Intanto, secondo quanto ha ufficialmente reso noto l’Istat, le domande presentate (alle ore 18:00 del 19 giugno) per l’Ape sociale e l’accesso al pensionamento anticipato per i lavoratori precoci risultano 8.118 in tutto, di cui 5.386 domande per il riconoscimento delle condizioni per accedere all’Ape sociale e 2.732 domande per ottenere l’accesso al pensionamento anticipato per lavoratori precoci.

Le domande, ha ricordato l’Inps in una nota, possono essere trasmesse “esclusivamente in via telematica” compilando la domanda sul sito www.inps.it, oppure rivolgendosi ad un patronato. Una corsa che non potrà che continuare secondo l’Anief il cui presidente nazionale (e segretario confederale Cisal), Marcello Pacifico, ribadisce: “Le agevolazioni pensionistiche dell’Ape sociale, spettanti a chi svolge un lavoro usurante, vanno per forza allargate e tutti i livelli d’insegnamento”.

Per quanto riguarda l’Ape volontaria, invece,con i lavoratori chiamati a restituire fino a 500 euro al mese per vent’anni in cambio di tre anni e mezzo di anticipo pensionistico, continuiamo ad avere grossi dubbi. Non si tratta, di certo, di proposte da accettare a occhi chiusi: alla resa dei conti, stiamo parlando di un ammortizzatore sociale, un ponte verso la pensione, che il beneficiario dovrà pagare a carissimo prezzo”. Col rischio, conclude Pacifico, che molti insegnanti potrebbero trovarsi a dover “lavorare e pagare contributi per quasi 40 anni, per poi ritrovarsi in mano poco più di chi non ha svolto nemmeno un giorno di lavoro”.

Una dichiarazione provocatoria, visto che l’assegno sociale è attualmente previsto per chi ha un reddito non superiore a 5.824,91 euro annui (pari all’importo dell’assegno, 448,07 euro, per tredici mensilità), ovvero di 11.649,82 euro se il soggetto che ne beneficia è coniugato. Un freno all’allargamento dell’Ape sociale è dato dai fondi a disposizione: per quest’anno sono disponibili 300 milioni di euro, destinati a raddoppiare il prossimo anno. Risorse che Gabriella Di Michele, direttore generale dell’Inps ha dichiarato in intervista di ritenere “sufficienti visto che tra l’altro si parte in una fase avanzata dell’anno. In ogni caso se le risorse lo permetteranno ci sarà una sorta di secondo appello, una nuova scadenza al 30 novembre per le domande tardive”.

Più incerto il quadro sull’Ape volontaria, il cui Dpcm è ancora in fase di predisposizione, “poi bisognerà fare gli accordi quadro con le banche e le assicurazioni – ha aggiunto la Di Michele – ma non credo che questo richiederà molto tempo. Penso che dopo l’estate sarà tutto pronto”, sperando anche in qualche ulteriore iniziativa legislativa all’insegna della razionalizzazione. Mal comune, nessun gaudio, se l’Anief si lamenta degli effetti che un innalzamento ulteriore dell’età pensionabile avrebbe sul personale docente della scuola pubblica, già ora tra i più anziani al mondo, anche la Di Michele ricorda “che l’Inps ha un bisogno disperato di rinnovare il proprio personale” visto che “l’età media del nostro personale è di 57 anni, abbiamo bisogno di assumere giovani, gli spazi che si sono aperti finora sono solo una goccia nel mare”.

Il che è l’altro lato della medaglia: un paese come l’Italia che da troppi anni non cresce o cresce troppo poco, ed è sempre più indebitato, si trova a non poter più sostenere un sistema di welfare che vede l’assistenza e la previdenza come le due principali voci di spesa e prova dunque a limitare le stesse vuoi allungando a dismisura i tempi per le prestazioni ospedaliere che fanno capo al Servizio sanitario nazionale, vuoi rinviando anno dopo anno l’andata in pensione dei lavoratori pubblici e privati. Così facendo tuttavia scadono sempre più le prestazioni sia nell’uno sia nell’altro campo. Fino a quando sarà possibile tirar calci al barattolo senza far ripartire l’economia, le assunzioni e le prestazioni, magari ridefinendo l’ambito di azione del settore pubblico e il costo di un intervento privato?