
Uno dei fenomeni più indisponenti è quando il titolo di non coincide con il testo. L'articolo può essere anche intelligente e condivisibile, ma è come se avessimo ordinato polenta e baccalà e con nonchalance ci portassero invece un brodino: anche se si trattasse di un brodino eccellente, non è la stessa cosa. L'incoerenza e la non pertinenza incrinano il patto di fiducia con il lettore, oltre a somministrargli qualcosa che non aveva richiesto.
Ebbene, questo fenomeno non si verifica soltanto nel mondo delle notizie, in cui spesso le tentazioni del marketing spingono a far leggere anche a chi non è interessato. Il ‘disguido' spesso si verifica anche in quei testi che normalmente nessuno legge, tranne gli addetti ai lavori, mentre i più si fermano al titolo, o ai titoli dei giornali: non parlo delle informative dei prodotti finanziari, ma delle leggi. E qui il discorso cambia, perché non si tratta solo di una banale scocciatura, ma di sostanza che viene contrabbandata dalla forma.
Così qualche giorno fa il Sole 24 Ore titolava Via libera del Senato al ddl costituzionale sul pareggio di bilancio nella Carta, riportando le dichiarazioni trionfanti del relatore Virzini (“sì responsabile al pareggio di bilancio”), di Legnini (“il pareggio di bilancio diventa la regola”) e del contrito D'Alia (“la ricreazione è finita”) sulle modifiche proposte agli articoli 81, 97, 117 e 119 della Costituzione.
Capita però che qualcuno non si sia fermato al titolo, ma abbia anche letto il testo del ddl: tra gli altri, l'italianista Giovanni Acerboni, che ne ha scritto sul suo blog, e il professor Nicola Rossi che ne ha parlato sul sito dell'Istituto Bruno Leoni. Entrambi, con due diversi approcci, hanno notato una curiosa variazione linguistica che però non è solo questione di parole: ovvero, che la locuzione “pareggio di bilancio” compare appunto solo nel titolo, mentre nel testo del ddl è stata sostituita in tutte le sue occorrenze da “equilibrio tra le entrate e le spese” o “equilibrio dei bilanci”.
Ora, come nota Acerboni, chi ha a che fare con i linguaggi specialistici sa bene che i termini tecnici sono tali perché non hanno sinonimi: sostituirli con qualsiasi altra espressione significa dire qualcos'altro. E difatti dire ‘pareggio di bilancio' o ‘equilibrio tra le entrate e le spese' non è la stessa cosa: come spiega bene Nicola Rossi, infatti, ‘pareggio' è vincolante, mentre il meno preciso ‘equilibrio' introduce un concetto, diciamo così, più elastico.


Bisogna restituire alle parole e ai testi un significato e un senso condivisi, soprattutto nelle leggi. Pena, il caos e gli infiniti dibattiti in punta di diritto.
La differenza tra le due espressioni è addirittura alla base della sentenza della Corte Costituzionale, la n.1/1996, che interpreta proprio l'articolo 81 della Costituzione, stabilendo che “la politica di spesa deve essere contrassegnata non già dall’automatico pareggio del bilancio, ma dal tendenziale conseguimento dell’equilibrio tra entrate e spese”. Proprio questa interpretazione, secondo Rossi, ”aprì la strada [...] al diffondersi della pratica di leggi prive di copertura i cui impatti sul bilancio pubblico apprezziamo compiutamente in queste settimane”.
Ci fermiamo qui, perché non vorrei entrare in un dibattito politico ed economico che esula dalle mie competenze. Da linguista, noto che esistono dei metodi di analisi testuale, abbastanza semplici da applicare, che permetterebbero di rispedire al mittente testi come quello del ddl costituzionale, perché formalmente irricevibili, per pura incoerenza. Perché il problema è che il dibattito in punta di diritto sull'argomento proseguirà, senza che si giunga a una conclusione universalmente accettata. A meno che non si voglia restituire alle parole e ai testi in cui compaiono un senso e un significato condivisi. Cioè, l'ABC, le regole del gioco.
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