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Palestre come campi di concentramento

Quando la pubblicità si spinge oltre, tra creatività, provocazione ed eccessi.

Palestre come campi di concentramento.

Tutti noi conosciamo questa immagine, i binari che conducevano i deportati nel campo di concentramento di Auschwitz, luogo di lavori forzati, fame e sterminio. Ora immaginate questa foto, o quella di uomini nudi e scheletrici piegati dalla fatica e dagli stenti, e aggiungete in base la scritta “Kiss your calories goodbye” (Dì addio alle tue calorie). Avrete ottenuto le immagini che per qualche ora sono state la pubblicità online di una palestra di Dubai, The Circuit Factory.

Apologies for the insane poster campaign that was put up this morning… The creative guy has been told where to go x

@CircuitFactory on Twitter

Pronta e impietosa la reazione generale della rete che ha costretto Phil Parkinson, responsabile della campagna, a fare il mea culpa, poco prima di essere licenziato. Le foto sono state eliminate dalla pagina facebook e la vicenda archiviata come un increscioso incidente.

Se questo è sicuramente un episodio limite tra i più gravi degli ultimi tempi, è pur vero che sempre più spesso siamo abituati a campagne pubblicitarie che utilizzano la provocazione come cassa di risonanza per i prodotti che rappresentano. Così tra attacchi e polemiche, il risultato è raggiunto nella migliore tradizione del “purché se ne parli”.

Di recente, ad esempio, ha nuovamente fatto parlare di sé Oliviero Toscani con il suo secondo calendario per il Consorzio Vera Pelle Italiana Conciata al Vegetale; dopo i 12 scatti che nel 2011 hanno messo letteralmente a nudo la femminilità, “a grande richiesta soprattutto femminile e femminista” (così è scritto nel sito internet del Consorzio), Toscani replica fotografando il genere maschile e lasciando alle sue spalle un'infinita scia di polemiche.

Niente ottiene successo come l'eccesso

Oscar Wilde

Ma se la sessualità è ormai divenuta il sottofondo costante di qualsiasi campagna pubblicitaria, non è raro trovare immagini che sfruttano la religione e la fede - in maniera più o meno celata – per attirare l'attenzione del consumatore. Chi vive a Firenze avrà sicuramente notato lo scorso anno gli enormi cartelloni pubblicitari di Carlo Chionna, stilista del marchio 9.2. che, per tutelare il Made in Italy, è arrivato a rivisitare alcune frasi dei vangeli e del Canone Romano – “Prendete e indossatene tutti“, per fare un esempio – urtando la sensibilità di molti.

Impossibile negare che la pubblicità sia ormai da considerarsi quasi una “forma d'arte” come la pittura o il cinema o, comunque, un interessantissimo mezzo di espressione della creatività. Emozionanti, simpatici, commoventi…alcuni spot sono dei veri e propri capolavori e hanno consacrato al successo i loro ideatori. Come ogni forma d'arte, è inevitabile che possa non incontrare il gradimento di tutto il pubblico; come forma di espressione, poi, assolutamente impensabile operare una sorta di “censura” preventiva. A quanto pare, però, l'autodisciplina non è sufficiente ad evitare il verificarsi di episodi – a mio parere vergognosi – come quello della palestra di Dubai. Quale, dunque, la soluzione? E soprattutto, dov'è il limite?

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