I toni sono sostanzialmente sempre gli stessi, quelli della catastrofe incombente, dello spirito di servizio al Paese e del respiro "messianico". Ma sbaglieremmo ad etichettare il discorso di oggi alla Camera di Matteo Renzi nel novero di quelli "tradizionali", di quelli "programmatici" o di quelli "promozionali". È, a suo modo s'intende, quello della scoperta della normalità, dell'ammissione della complessità della sfida in atto e infine della consapevolezza delle difficoltà che il Governo ha incontrato e sta incontrando. Ma è anche un discorso dettato in primo luogo dalla certezza della "stabilità" del Governo, con le elezioni che appaiono lontane e che in ogni caso non fanno paura (non a Renzi, ovviamente). Ed infine, è il discorso che certifica una questione di fondo: Renzi è solo, senza avversari. Almeno per ora.

Certo, il tono è sempre lo stesso, l'enfasi non manca e Renzi si preoccupa subito di far intravedere l'abisso, secondo un copione già abbondantemente utilizzato in passato: "Noi siamo assolutamente convinti che i «mille giorni» siano l'ultima chance per recuperare il tempo perduto; sono il cartellone di recupero che si espone alla fine della partita […] Noi abbiamo bisogno di ripartire e di tornare a crescere. Può essere felice la decrescita soltanto per chi non ha mai visto in faccia un cassaintegrato; può essere felice la decrescita soltanto per chi non sa l'odore un po’ strano e innaturale di una fabbrica che chiude; può essere felice la decrescita per coloro i quali non hanno mai visto un imprenditore vedersi respingere in banca una richiesta di fido. La decrescita non è mai felice".

Ma l'orizzonte è più ampio, la pressione è tutta su chi è ai margini del processo decisionale, e le priorità le decide lui. Ed è proprio la (nuova) definizione delle priorità di intervento il fulcro del discorso di Renzi: lavoro, riforma della giustizia, interventi sul fisco. In secondo piano la politica estera (qui si rivendica il successo della Mogherini, ignorando in parte le tante critiche degli osservatori internazionali), la riforma della Costituzione e la semplificazione normativa. In coda, la legge elettorale e i diritti civili (che finiscono genericamente "al termine dei mille giorni").

Ma c'è di più, perché Renzi può anche permettersi di chiudere una serie di questioni lasciate in sospeso nelle ultime settimane e di lanciare moniti, avvertimenti, stoccate (chiamatele come volete) a giornalisti, analisti, professoroni e professionisti della tartina, avversari politici e parti sociali. "Ho conservato i titoli, i tweet", dice a proposito delle critiche sulla debolezza in politica estera; "non consentiamo a nessuno scoop di mettere in difficoltà o in crisi decine di migliaia di posti di lavoro e non consentiamo che avvisi di garanzia, più o meno citofonati sui giornali, consentano di cambiare la politica aziendale in questo Paese", dice schierandosi senza se e senza ma a difesa di Descalzi; "non accettiamo che uno strumento a difesa di un indagato, l'avviso di garanzia, costituisca un vulnus all'esperienza politica o imprenditoriale di una persona", dice collocandosi apertamente sulla linea del garantismo; "si è scelto più o meno opportunamente di gridare alla svolta autoritaria e poi contemporaneamente di dire che non eravamo in grado di portare avanti i nostri progetti. Una sorta di svolta autoritaria al rallentatore. Il primo golpe con la moviola fatto nella storia del Paese", ribadisce, deridendo nuovamente la polemica del Movimento 5 Stelle.

Ci sono però dei messaggi chiari, che non vanno sottovalutati. Il Governo andrà avanti anche con la decretazione d'urgenza sulla riforma degli ammortizzatori sociali, senza ulteriori concessioni alle parti sociali: resta il "dubbio" sull'articolo 18, ma non sono da escludere prove di forza anche in tal senso ("Guardate i numeri e capite che il tema del reintegro o non reintegro dipende dalla conformazione geografica e non dalla fattispecie giuridica: guardate i numeri"). La riforma della giustizia si muoverà nel quadro del progetto di Orlando e ai magistrati non verranno fatti sconti sostanziali sul "ritocco" alle ferie (molto furbamente Renzi ha collegato i ritardi e le inadempienze dei tribunali ai "giorni di chiusura"…). La riforma costituzionale non si tocca e non ci sono dubbi sul fatto che le modifiche al Titolo V siano non rinviabili.

Insomma, per farla breve, Renzi è nella condizione di permettersi di scegliere come e se accelerare, come e quando ricalibrare l'agenda delle priorità. Lo può fare perché non ha avversari politici forti e liberi da vincoli, né all'interno della maggioranza, né nell'opposizione, né tra le parti sociali. Una ulteriore conferma si è avuta dal dibattito successivo alla sua relazione alla Camera. Il Movimento 5 Stelle ha lasciato che a parlare fosse Cecconi: un intervento debole, poco incisivo e sui soliti binari di sempre, dalla retorica populista al benaltrismo, fino ad un generico "vinciamopoi". Il simbolo di un gruppo politico ancora traumatizzato dallo shock delle Europee, in piena fase di riorganizzazione politico – programmatica (in tal senso aiuterà la convention del Circo Massimo), in cui i leader carismatici, che ci sono e pesano (e sarebbe ora di smetterla con la balla dell'uno vale uno, cui non crede più nessuno in casa grillina) hanno il terrore di bruciarsi (e mantengono un basso profilo in queste settimane). Brunetta, dopo la ramanzina di Silvio, è apparso quasi conciliante, per nulla sferzante e stranamente remissivo ad attaccare sul tema della giustizia e della politica fiscale. La galassia centrista appare aggrappata a questa legislatura con ogni forza residua. I leghisti non hanno trovato di meglio che sventolare bandiere, esporre cartelli e speculare (ancora) sulla questione immigrati. E ancora: la minoranza Pd vive una cupa e profonda fase di transizione, alla disperata ricerca di un leader e di un orizzonte (che fare quando hai un segretario che prende il 40%?); i Sindacati rischiano una emarginazione di fatto, dopo che il lavoro ai fianchi di Renzi ne ha messo in luce contraddizioni e limiti; a sinistra ormai ci si accontenta di battaglie parlamentari marginali, a destra si sgomita con Grillo su immigrazione e temi economici. Certo, ci sono sempre i malpancisti, i dissidenti e gli allergici alle larghe intese che spesso si trasformano in franchi tiratori: ma in questi casi Renzi ha buon gioco nel parlare di "palude" e di un sistema marcio, da riformare (a ragione o a torto, importa relativamente poco data la forza comunicativa e il rapporto con gran parte dei mezzi di informazione della macchina renziana).

Ecco, Renzi è solo. Senza avversari in grado di impensierirlo politicamente. E lo sa benissimo. Il problema è che c'è da mettere a posto un Paese (i dati su economia, disoccupazione e fisco restano drammatici, le indicazioni dell'Ocse non vanno minimizzate, le indicazioni delle istituzioni europee sono vincolanti, le previsioni non sono incoraggianti). E servono idee, progetti, visioni: ed è questo il grande punto interrogativo del "fenomeno Renzi".