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Open data tra business e pubblica amministrazione: l’opinione dell’economista Alberto Cottica

Qualche tempo fa abbiamo avuto occasione di intervistare Alberto Cottica, economista ed esperto di open data: abbiamo parlato della situazione degli open data in Europa al momento, e in quale modo evolverà l'utilizzo dei dati stessi in ambito business e della pubblica amministrazione.

Open data tra business e pubblica amministrazione: l'opinione dell'economista Alberto Cottica.

Io sono del parere che gli open data bisogna farli perché sì, non aspettandosi un ritorno economico immediato, ma attraverso un miglioramento sensibile dell’efficacia Pubblica Amministrazione.

Alberto Cottica

In primo luogo abbiamo chiesto in quale modo sia possibile evitare che la condivisione e la collaborazione partecipativa si traduca in furto di idee, senza riconoscimento per le persone che hanno creato qualche cosa: secondo Alberto l’ambiente Internet, se ben progettato, si prende cura in modo naturale di questo aspetto. Sotto ogni software “luccicante” c’è un log file, che tiene traccia, ammesso che l’utente non sia anonimo, di tutti gli interventi che vengono fatti.

In caso di contestazione, se qualcuno fa un copia e incolla, il file di log è lì per testimoniare che quell’idea è di una persona e non di un’altra. Certo, il tutto diventa molto più complicato nel momento in cui ci sono di mezzo dei soldi, e rapporti di potere diseguali tra due litiganti.

Abbiamo chiesto ad Alberto quale sia al momento la situazione per quanto riguarda gli open data, ed a suo avviso è ottima, non è mai stata così buona. Il mondo si divide in due: Stati Uniti, che sono stati il prime mover, e tutto il resto del mondo. Il “resto del mondo” sta andando con grande gioia e determinazione verso gli open data, che sicuramente sono un’idea destinata ad andare forte almeno per qualche anno. I motivi sono semplici: non costano quasi niente, hanno un senso intuitivo e mettono a valore delle spese già sostenute dalla pubblica amministrazione. Si prestano inoltre ad indicatori di valutazione oggettivi, numeri facilmente spendibili dagli amministratori nel momento in cui bisogna dimostrare ai cittadini che si sta lavorando.

Gli Stati Uniti, invece, sono in una fase di raffreddamento: hanno approcciato infatti gli open data nell’ottica di crescita del PIL, e non dell’aumento della trasparenza e intelligenza del governo. Si sperava che gli open data sarebbero stati la base per ecosistemi di impresa che avrebbero creato lavoro e ricchezza, ma purtroppo le cose non sono andate esattamente come pianificato.

Abbiamo naturalmente chiesto ad Alberto se pensa che l’andamento sarà lo stesso anche nel resto del mondo: secondo lui è del tutto possibile che nel lungo periodo diventi il propellente di un sistema economico mutante, diverso da quello che conosciamo oggi, ma è anche vero che un ciclo politico dura circa 2 anni, e molto dipenderà da come verrà impostato il dibattito in merito. Alberto stesso difende l’idea che vadano fatti non aspettandosi ricchezza in denaro, ma perché così si rende la pubblica amministrazione più smart, e di conseguenza si risparmiano molte risorse.

Per quanto riguarda il dibattito sugli open data, i dubbi principali riguardano la capacità della società di usare bene quei dati. Ci sono vari problemi: in primo luogo il conservatorismo dei detentori dei dati, dall’altra parte la difficoltà di lettura ed interpretazione dei dati stessi. E’ necessario infatti avere un minimo di data literacy per saperli leggere e usare in maniera ottimale.

Se, tuttavia, si riuscisse a creare una classe di giornalisti, professionisti dell’informazione, che siano in grado di leggere i dati e di scrivere storie convincenti a partire da questi, allora avremmo qualcosa che confina quasi con la ricerca sociale. Ma soprattutto si riuscirebbe a spostare l’attenzione del pubblico dal pettegolezzo, e riportarla a cose che hanno più influenza nelle nostre vite. Non è infatti il gossip, ma variabili economiche quantificabili e quantificate, che però noi non sappiamo leggere.

I dati dunque sono proprietà dei cittadini, ma bisogna distinguere tra dati statistici, che vengono raccolti per essere dati ai cittadini e ai ricercatori, e dati di funzionamento, che invece vengono raccolti per altri fini. Tuttavia, una volta raccolti possono generare valore di altro tipo: in tutti i casi comunque sono pagati con le tasse dei cittadini.

Infine Alberto ha sottolineato l’importanza di sfruttare questi dati per il miglioramento della PA: se una volta recuperare informazioni e fare le relative analisi era dispendioso in termini di tempo e denaro, ora è possibile recuperare i dati in 30 secondi, fare un’analisi in 20 minuti e farne una più approfondita in 2 ore. Un ottimo potenziale per migliorare la vita di tutti i cittadini.

Invito tutti naturalmente a visionare l’intervista integrale, molto più ricca ed approfondita di questa mia breve sintesi!

Buona visione!

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