Ho conosciuto Mario Monicelli. Sono stato a casa sua a Roma, in via dei Serpenti, dove era andato a vivere da solo dopo aver lasciato la sua ultima famiglia, la giovane moglie e la figlia, perché si sentiva soffocare, diceva lui. Aveva bisogno di sentirsi libero e odiava essere accudito come un vecchietto. Un appartamento di pochi metri quadri con tutto ciò che era sufficiente per scrivere, lavorare, concentrarsi. Essere libero. Abbiamo parlato a lungo di lavoro, ma anche delle cose del mondo.
Era impossibile con lui affrontare qualsiasi argomento senza parlare della contemporaneità e delle cose che ci circondano; anche le più banali, con lui diventavano lo spunto per disegnare una metafora di ciò che ci sta accadendo. La maggior parte dei suoi film, del resto, traggono spunto da banali fatti di cronaca relegati, per lo più, in spazi marginali dei quotidiani, trafiletti. Pochi, come lui, hanno saputo interpretare, senza retorica – in modo asciutto e spietato, eppure carico di umanità, la realtà che ci circonda. Era un uomo di sinistra e non riusciva a capire perché la sinistra italiana si fosse sgretolata in questo modo. Perché un paese così ricco, così bello, stesse andando così rapidamente alla deriva. Perché l'Italia avesse così paura del futuro, tanto da distruggerlo…Per lui 2+2 ha sempre fatto quattro e la capacità, fuori dal comune, di percepire ogni piccola storia come una cartina al tornasole di cose più grandi, lo allontanava dalla necessità dei bizantinismi dialettici. Non ho mai conosciuto nessuno capace di sferzare così duro attraverso la semplicità, la chiarezza e la logica. Forse Clint Eastwood, ma purtroppo non l'ho conosciuto…Pochi come lui hanno fotografato e raccontato le cose senza dietrologia e senza sovrastrutture ideologiche, culturali, politiche. Ha attraversato quasi un secolo senza essere mai considerato, fino in fondo, dai “baroni” della critica e della cultura, un autentico artista e un autentico intellettuale. Lui stesso si definiva un modesto artigiano e considerava gli artisti veri, altri. Forse questa sua impostazione concentrata sulla schiettezza, sulla sincerità, sui contenuti e sull'ironia, così lontana dall'immagine, dal protagonismo che segna il “fisic du role” dell'artista e dell'intellettuale, ne ha opacizzato a lungo l'imponenza culturale e lo straordinario spessore critico, politico e culturale (in un mondo di pajettes in cui gli intellettuali e gli uomini di cultura si perdono sempre di più dietro alle lusinghe del danaro, della fama, del successo e del presenzialismo).

Mario Monicelli ha segnato la cultura dell'Italia del '900 come pochi altri, lasciando film e riflessioni sull'Italia contemporanea, sull'arte cinematografica, sul senso della vita in generale, che da sole riuscirebbero a surclassare interi trattati di sociologia, filosofia, politica. Personalmente non ho difficoltà ad accostarlo a personaggi come Moravia, Pasolini, Schifano, Rossellini…Mario Monicelli è stato un avanguardista della comicità, della narrazione, del linguaggio. Un anticipatore di un certo modo di ridere di noi stessi e delle nostre tragedie, sotto un'apparente leggerezza e ortodossia stilistica che hanno contribuito a fare arrivare, davvero a tutti, la coscienza di quello che siamo stati e siamo. Forse uno dei pochi, ancora una volta, ad essere popolare senza essere mai populista. Mario è stato un vero maestro.


Gli italiani hanno perso l'orgoglio e la spinta personale. La speranza è una trappola inventata da chi comanda, ci vorrebbe la rivoluzione.
E' andato via con un “coupe de teathre” e si è tolto la vita. Non è stato scontato neanche questa volta. Sono certo che ha pensato semplicemente: ma se non servo più a niente che ci sto a fare qui? Non mi sono fatto accudire dalla mia famiglia, figuriamoci se rimango qui con le flebo e il catetere con tutti che mi fanno la faccia di circostanza prendendomi per il culo come se potessi vivere ancora chissà quanto. In più l'Italia sta andando alla deriva e fare film è sempre più difficile. Sai che c'è allora? Mi butto dalla finestra e chi s'è visto s'è visto. Tanto ormai la mia vita l'ho fatta. L'avrà sicuramente ripagato del gesto, il pensare alle facce di sgomento e stupore di chi non si aspetta che uno a 95 anni si tolga a vita. E mentre volava giù dal quinto piano si sarà stizzito, per un attimo, di non essere riuscito a campare di più di Manuel De Oliveira. Aveva detto una volta: ”Non vedo l'ora che scompaia De Oliveira. E' stato sempre la mia ossessione. E' piu' anziano di me, piu' bravo di me ed e' stato invitato anche a piu' festival di me”. Ciao Mario.
facebook
feed rss
twitter
linkedin