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Ogni definizione è necessaria: i forzati del linguaggio

Il linguaggio è sempre più piegato alle nostre necessità di difesa e sempre meno rivolto alle esigenze di comprensione del destinatario. Così la società sembra procedere lungo un percorso in cui il dialogo verso il progresso è come se si sviluppasse tra muti e sordi: ha ragione o vince chi mima meglio.

Ogni definizione è necessaria: i forzati del linguaggio.

Bisogna riuscire a definire le cose. E' un'abitudine umana che si va perdendo. Uno dei problemi che più segna il periodo che viviamo è che non si riesce a definire le cose e dunque è sempre più sfumato, più elastico, meno esatto il senso che rappresentano nella nostra vita. Nella politica, nel vivere quotidiano, nelle relazioni interpersonali…si fa sempre più fatica a capire cosa effettivamente stiamo facendo e perché. Il linguaggio, come è noto, ci ogettivizza e al tempo stesso ci esilia.

L'Italia è un paese stagnante perché noi siamo stagnanti. Una delle idee che mi sono fatto al riguardo attiene alla tendenza, a scopo di sopravvivenza, a rimandare la definizione delle cose lasciando che a definirle siano sempre gli altri, per poter poi capire se la visione che ne abbiamo é condivisibile o é da rigettare perché scomoda o imbarazzante.

Se io rubo sono un ladro. Se io amo sono un amante, se io uccido sono un assassino, se io non ho soldi sono povero. Non si scappa dal senso delle parole

E' qualcosa che come al solito ha a che fare con la responsabilità. Si stenta sempre a trovare chi è disposto a prendersela, al massimo è facile trovare chi se la prende a posteriori, cioè a fatti accaduti, che in genere è soltanto un'operazione d'immagine tesa a salvaguardare la reputazione. Definire le cose è assolutamente necessario. Ora più che mai. Si è affermato, di fatto, il concetto che la definizione delle cose sia un fatto opinabile e soggetto a interpretazione (i politici sono maestri nell'arte della smentita: “sono stato frainteso…”).

Non è così. Se io rubo sono un ladro. Se io amo sono un amante, se io uccido sono un assassino, se io non ho soldi sono povero, se io stupro sono uno stupratore. Non si scappa dal senso delle parole. Quello che sta accadendo è che la cultura e le abitudini del potere cioè quelle di dire una cosa significandone un'altra in funzione dell'opportunità del momento e dell'utilità personale, si espande e straripa in ogni singolo individuo fino a modificarne la personalità e l'espressività. Nei casi più clamorosi si finisce per negare l'evidenza, utilizzando le parole come armi comunicative al di là del loro stesso significato, sfruttandone l'effetto positivo o negativo che sta nel retro-immaginario di tutti e affidandosi alla capacità dei media di trasmettere le parole scollegate dalle immagini (come fanno i tg quando inquadrano piazza montecitorio per parlare della manovra). “L'equità di Monti o “i comunisti di Berlusconi” sono tra gli esempi più freschi, ma in realtà tutti noi abbiamo imparato, quasi senza accorgecene, a usare le parole in modo prevalentemente “estetico”, finalizzato cioè a far colpo e presa sull'interlocutore.

Paradossalmente, questa abitudine acquisita in modo subliminale ci impedisce di esercitare il diritto e la libertà di definire esattamente le cose, rendendoci schiavi del nostro linguaggio prima ancora che del potere. La televisione al servizio del mercato, da un lato e del potere dall'altro, è naturalmente il braccio armato di questa infame mutazione genetica perpetrata ai danni degli individui, ma in realtà essa gioca sulla paura di ciascuno di noi di perdere qualcosa che in effetti non ha. Non possiede. La paura di perdere qualcosa che non esiste. Non si ha paura, al contrario, di perdere le cose immateriali che effettivamente esistono: diritti, dignità, affetti, intelligenza, libero arbitrio, creatività, mettiamoci dentro anche la democrazia va'… Tutte cose brandite come armi in improbabili guerre dalle rappresentanze politiche, dalle associazioni, dalle lobby (cioè dal potere) ma sottratte, con l'altra mano, giorno dopo giorno, agli individui troppo impegnati a difendere i loro corpi esausti.

E' necessario ricominciare a definire ogni cosa con precisione per poterne avere l'esatta visione e con essa la consapevolezza di ciò che sta accadendo alla propria vita. Questo di certo non la risolverà, ma almeno avvicinerà all'idea che la serenità che rincorriamo è un sentimento che non esiste in natura. E non migliora la nostra vita. La paralizza. La vita è altro. Qualcosa da ridefinire, allo stato delle cose. Da ridefinire nei gesti, nelle parole che diciamo, nelle espressioni che porgiamo agli altri, nella scala dei desideri, nel senso della verità e della menzogna, nell'utilità degli oggetti, nell'opportunità di un bacio, di una stretta di mano, di uno sputo. Da ridefinire guardandosi negli occhi. Senza sottrarsi a alla definizione delle cose. Esercitando il diritto all'uso costante dell'intelligenza.

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