“Ho appena fatto un giorno di prova a scuola, è stato bellissimo. Chiedo ogni giorno a Dio di tornare finalmente a scuola. Il mio desiderio più grande per il 2016 è che la nostra richiesta d’asilo venga accolta, così potrò andare a scuola", racconta un bambino rifugiato di 5 anni, nato in Afghanistan e attualmente residente in Germania. La scuola, croce e delizia dei bambini di tutto il pianeta. A molti non piace, la frequentano controvoglia, magari perché obbligati dai propri genitori. Ma nel mondo ci sono oltre tre milioni e mezzo di bambini rifugiati privi del diritto all'istruzione, che non possono frequentare la scuola e studiare con i propri coetanei. Nonostante questi bambini scappino dalla guerra per cercare un'opportunità per il futuro, questa possibilità spesso viene loro negata, rendendoli ancora più vulnerabili e potenziali vittime di discriminazioni, sfruttamento e abusi di ogni genere. Le bambine, soprattutto, sono quelle che corrono il maggior rischio di rimanere ai margini della società, divenendo in questo modo facili prede di matrimoni combinati.

Stando ai dati diffusi dal rapporto "Un nuovo accordo per ogni bambino costretto alla fuga", pubblicato in occasione del primo World Humanitarian Summit che si terrà ad Istanbul il 23 e 24 maggio, si evince che i bambini rifugiati hanno in media una possibilità su cinque di frequentare istituti scolastici nei paesi in cui giungono, rispetto a tutti gli altri bambini: la metà dei bambini rifugiati in età da scuola primaria e 3 su 4 di quella da scuola secondaria, infatti, rimane ai margini della società e non riesce a essere inserita in un percorso di scolarizzazione.

Negare l'istruzione significa negare il futuro a questi bambini, negare loro la speranza di una vita migliore, la stabilità di cui avrebbero bisogno per poter affrontare il trauma della separazione dal proprio paese d'origine, il trauma di aver vissuto la guerra che li ha portati a scappare.

"È scandaloso che ai bambini venga negato un futuro dignitoso perché sono esclusi dalla scuola. Senza istruzione questi bambini non avranno un futuro, saranno spinti a rischiare la vita in viaggi pericolosi verso luoghi più sicuri, saranno più esposti ai matrimoni o al lavoro precoce, alla tratta e allo sfruttamento. Per questo chiediamo al primo World Humanitarian Summit della storia che nessun bambino rifugiato al mondo resti senza scuola per più di 30 giorni", ha dichiarato il Ceo di Save the Children International Helle Thorning-Schmidt.

Come sottolinea il rapporto di Save the Children, se passano più di sei mesi dal momento in cui il rifugiato inizia il proprio "viaggio della speranza" verso una terra che possa offrirgli un'opportunità in più rispetto al proprio paese natio, esiste un'altissima probabilità che rimanga per almeno 3 anni senza la possibilità di accedere ad alcun tipo di servizio offerto dalla comunità, come ad esempio l'istruzione o la sanità. I rifugiati, infatti, incontrano numerose barriere che non permettono loro di integrarsi completamente nella società circostante. Per la maggior parte dei bambini rifugiati, sottolinea Save the Children, il diritto all'istruzione è seriamente compresso.

Le barriere contro cui i rifugiati si scontrano sono molteplici: problemi di comunicazione derivanti dalla scarsa conoscenza della lingua del luogo, problemi economici che portano i bambini a dover lavorare per potersi assicurare del denaro con cui mangiare e sopravvivere, oppure ancora la burocrazia elefantiaca che allunga a dismisura i tempi per l'iscrizione di un bambino rifugiato a scuola, l'assenza di strutture scolastiche idonee.  Non solo: Save the Children rileva inoltre che circa l'86% dei bambini rifugiati nel mondo viene ospitato da Paesi in via di sviluppo, Paesi che non hanno risorse sufficienti per garantire il diritto all'istruzione a tutti i bambini che accolgono. Il Libano, per esempio, accoglie circa 400.000 bambini scappati dalla guerra in Siria, ma senza l'aiuto della comunità internazionale, il Paese non è in grado di fornire l'adeguata istruzione di cui questi bambini avrebbero bisogno, perché mancano le fondamentali risorse economiche per poter far fronte a questo tipo di impegno.

Come rileva Thorning-Schmidt, i finanziamenti che la comunità internazionale mette a disposizione di programmi per l'istruzione in contesti di emergenza una cifra pari a 4,8 miliardi di dollari, cifra che il Ceo di Save The Children sia troppo bassa per far fronte alle reali necessità di questi milioni di bambini. Nel complesso, meno del 2% delle risorse derivanti da finanziamenti umanitari va all'istruzione. "Senza un impegno comune per abbattere le barriere che impediscono a milioni di bambini rifugiati di avere un'istruzione di base di qualità, sarà impossibile raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibili 2030, che promettono di non lasciare indietro nessuno".

Secondo Save the Children, i Paesi che ospitano bambini rifugiati e sfollati dovrebbero impegnarsi ad adempiere all'obbligo morale di garantire a tutti l'esercizio del diritto all'istruzione, facendo in modo che i bambini non rimangano lontani dalla scuola per più di un mese e attuando politiche mirate atte a migliorare il livello di integrazione di queste persone, al fine di ridurre al minimo i fenomeni di emarginazione e discriminazione.

L'organizzazione umanitaria rileva inoltre che sia luogo piuttosto comune il pensiero che i rifugiati costituiscano solamente un peso economico per i paesi ospitanti, ma fornendo invece loro le stesse possibilità a cui hanno accesso i bambini che non si trovano ad affrontare situazioni di emergenza come guerre o carestie, potrebbero invece produrre, anche nel breve termine, un forte impatto socio-economico, dato dal contributo che questi giovani potrebbero apportare in termini di espansione del mercato di consumo dei beni locali, generando occupazione e nuove nicchie di mercato.

Al Summit del 23 e 24 maggio, infatti, Save The Children chiederà alla comunità internazionale di impegnarsi di più sul fronte del diritto all'istruzione per i bambini rifugiati, fornendo un supporto economico, legale e politico maggiore rispetto al passato. In quell'occasione, verrà inoltre lanciata la Education in crisis Platform, un programma umanitario che mira a colmare il deficit di finanziamento dei progetti dedicati all'istruzione per i bambini rifugiati e migliorarne l'allocazione e pianificazione delle risorse disponibili. Solo in questo modo, sottolineano i rappresentanti dell'organizzazione umanitaria, sarà possibile assicurare a ogni bambino rifugiato la possibilità di ricevere un'istruzione di base di qualità.