in foto: Laura Mattioli, fondatrice CIMA

L'idea nasce dalla passione che Gianni Mattioli aveva per l'arte moderna italiana e dalle sue modalità collezionistiche “aperte”. Le sue opere, infatti, erano ubicate in un appartamento dedicato, indipendente, con le pareti ricoperte di quadri. Lo apriva al pubblico su appuntamento la domenica mattina, personalmente, tenendo visite guidate insieme ad alcuni amici, quali Ambrogio Ceroni (il famoso esperto di Modigliani) e Marco Valsecchi (critico d’arte e giornalista).

Abbiamo intervistato Laura Mattioli, fondatrice del CIMA, e la direttrice Heather Ewing, per capire più a fondo come l'arte italiana può essere incentivata e valorizzata anche dall'estero.
(I. = Iavarone, M. = Mattioli, E. = Ewing)

I: In un momento di crisi economica, con continui tagli alla cultura nel nostro Paese, un privato decide di investire le proprie risorse economiche per promuovere l’arte italiana all’estero. Cosa la spinge a farlo?

M: Mi ha spinto a fare questa scelta certamente l’esempio di mio padre, che dedicò la sua collezione proprio a diffondere la conoscenza dell’arte italiana all’estero, e la sua eredità morale. Infatti Egli collaborò a tutte le grandi mostre di arte moderna italiana che ci furono subito dopo la seconda guerra mondiale a New York Parigi, Londra e Zurigo. Poi mandò la sua collezione nei maggiori musei degli Stati Uniti, Europa e Giappone dal 1967 al 1972. Mi sono resa conto che l’arte italiana ha avuto un collezionismo e un apprezzamento critico quasi solo locali e, in un mondo globalizzato come quello di oggi, se non si esce dai propri confini si rischia di scomparire. Credo che il contributo italiano allo sviluppo delle arti nel XX secolo non sia stato un fenomeno di valore provinciale né “di derivazione” francese, come viene abitualmente interpretato dalla storiografia artistica.

I: Quello che dà è un segnale forte, ma che forse rappresenta un po’ anche una sconfitta dello Stato Italiano. Non crede?

M: Credo che lo Stato Italiano si sia sempre occupato molto poco dell’arte moderna italiana In realtà ai politici dell’arte non potrebbe importare di meno—anche perché di norma non ne capiscono nulla—ma usano sistematicamente i fondi ad essa destinati per foraggiare le proprie clientele. Quindi non per l’arte. Per quanto possa sembrare starno, sono gli stati totalitari che tradizionalmente sono i maggiori – e talvolta i migliori – mecenati. Gli stati democratici sono abitualmente assenti. Nel migliore dei casi lascano liberi i privati di intraprendere delle iniziative a loro rischio e pericolo. Però poi dovrebbe premiare – e non espropriare- quei cittadini meritevoli che hanno saputo vedere più lontano e meglio degli altri.

I: La mostra di apertura è dedicata al futurista Fortunato Depero, la prima mostra personale a NY dai tempi in cui egli stesso visse in America. L’idea è quella di affiancare a un artista moderno, in questo caso Depero, un artista contemporaneo, qui Fabio Mauri, artista concettuale del dopoguerra. Ci potrebbe spiegare le ragioni di questa scelta?

M: La scelta è legata al fatto che Depero è stato a lungo rifiutato dalla critica americana perché definito “artista fascista” e questo pregiudizio che associa le idee politiche (più o meno ben conosciute dai critici) alla qualità della produzione artistica continua ad esistere. Idee politiche “sbagliate” non possono che produrre “non arte” o “arte di pura propaganda”. La situazione, almeno per quanto riguarda l’arte italiana degli anni Venti e Trenta, è molto più complessa e non può essere spiegata in modo così semplicistico: Fascismo = arte passatista = arte di propaganda = non arte. La gran maggioranza degli artisti e della intelligentia aderirono al fascismo negli anni Venti. Fabio Mauri concentrò molta della sua ricerca poetica sul dramma—allora ancora recente e particolarmente sofferto—della seconda guerra mondiale, delle dittature, dell’olocausto. Fu uno dei primi artisti ad avere la forza di confrontarsi con l’olocausto e anche con l’ambiguità delle dittature, sulla contraddizione tra quanto viene mostrato al pubblico attraverso la comunicazione di massa e quello che si nasconde dietro la facciata. Fu una delle prime e più drammatiche voci a interrogarsi sul ruolo della cultura in un paese come la Germania, patria di tanti geni universalmente riconosciuti nel campo della filosofia, della musica, delle scienze, della letteratura, ecc., ma capace al tempo stesso di ubbidire ciecamente al progetto di sterminio sistematico di un intero popolo. La voce di Fabio Mauri è quella che si interroga in modo così coerente da non poter destare dubbi sulla sua integrità e intelligenza. Al tempo stesso Mauri apprezzò molto il Futurismo in generale per la sua volontà di rinnovamento del paese, il suo rapporto col pubblico, il suo ruolo di vera avanguardia e, al suo interno – amò in particolare Depero, di cui collezionò alcuni lavori. Mauri diceva : “Si può essere futuristi senza essere fascisti”. La performance “Gran Serata Futurista”, andata in scena per la prima volta a L’Aquila nel 1980, ci è sembrata particolarmente adatta ad affrontare il difficile tema del rapporto tra fascismo e futurismo.

I: La Fondazione è alla ricerca di altre persone, italiani e non, che vogliano investire le proprie risorse economiche nel progetto?

M: Sì, certo. Io non ho una situazione economica così forte da permettermi di sostenere la fondazione da sola per molto tempo. Con l’esperienza maturata nel corso di decenni di lavoro come storico, critico, e curatore ho potuto promuovere e dare il via a questa iniziativa. Se sarà una realtà in cui qualcun’altro crederà e si riconoscerà, andrà avanti al di là della mia persona, ormai abbastanza anziana. Altrimenti si fermerà.

Heather Ewing, direttrice CIMA
in foto: Heather Ewing, direttrice CIMA

I: Il suo percorso professionale fino ad oggi è stato soprattutto nell’ambito della ricerca. Tra gli altri, ha collaborato con il prestigioso Smithsonian Institution. Quali sono ora le sfide che Le si presentano come direttrice di CIMA nella gestione delle attività giornaliere?

E: E’ appassionante essere parte della costruzione di un’organizzazione dall’inizio. Stiamo cercando di creare un luogo dove giovani ricercatori lavorando insieme sul tema o sul progetto annuale di CIMA abbiano la possibilità di imparare gli uni dagli altri e di confrontarsi con diverse metodologie e approcci.

I: Nell’infinita scelta culturale che la città di New York offre, perché un newyorkese o un italiano in vacanza a New York dovrebbero scegliere di dedicare un paio d’ore a scoprire CIMA?

E: Qui a CIMA sono esposti lavori di altissima qualità, capolavori di artisti italiani che sono raramente esposti negli Stati Uniti. Vorremmo anche offrire un’esperienza molto speciale, intima. In un luogo che vuole dar la sensazione più di una casa che di una galleria tradizionale o di un museo. Venite a godetevi uno dei nostri tour, bevete un espresso e passate del tempo con l’incredibile arte di Fortunato Depero!

I: CIMA lavora per diventare anche un centro di formazione. Oltre ad offrire assegni di ricerca a studiosi, vorreste diventare un punto di riferimento per lo studio dell’arte italiana a New York. In questo senso il 5 maggio ci sarà una giornata open doors. In cosa consiste il progetto?

E: L’open house del 5 maggio è rivolta a studenti di storia dell’arte dell’area di New York, si tratta di un’occasione per presentare CIMA e fornire un forum per discutere delle opportunità di ricerca nel campo dell’arte italiana del XX secolo. Uno degli scopi di CIMA è di incoraggiare più studenti a dedicare i loro studi a questo specifico campo.