Che Zine El-Abidine Ben Ali e Hosni Mubarak avessero diversi punti in comune lo sapevamo già. Che ne avessero così tanti era francamente difficile da prevedere: sono stati due dittatori arabi, filoamericani, entrambi over 70 (75 anni il primo, 83 il secondo), ex-militari, hanno governato molto a lungo i rispettivi paesi, Tunisia ed Egitto, Ben Ali per 23 anni, Mubarak per ben 30 anni. Non solo, il destino ha voluto unirli anche nella fine del loro potere, (dalla caduta di Ben Ali alle dimissioni di Mubarak non è passato nemmeno un mese, entrambi costretti a lasciare il potere travolti dal desiderio di libertà e democrazia delle loro popolazioni) e, in uno strano scherzo, sembra che il fato voglia unirli anche nella morte.

Lunedì il quotidiano egiziano Al Masry al Youm ha annunciato che il presidente egiziano deposto Hosni Mubarak era in coma. Successivamente, secondo altri giornali, le sue condizioni si sarebbero aggravate ulteriormente tanto da poterne prevedere a breve la dipartita, come ha spiegato un ex funzionario del regime, che ha poi aggiunto che Mubarak sta rifiutando le cure volendo morire nel suo paese. Oggi, invece, è stata diffusa la notizia secondo la quale sarebbe in fin di vita anche Ben Ali, in coma dopo un ictus.

Entrambe le notizie in realtà non sono confermate e ci è difficile non pensare che possano essere solo delle voci diffuse per martirizzare in qualche modo i due dittatori: deposti da pochi giorni, talmente affranti dal dolore e dallo sgomento e così legati alle rispettive nazioni che si starebbero abbandonando alla morte in un gesto estremo di amore. Dopo esserci chiesti "Perchè muore una dittatura?" dovremmo forse domandarci anche "Perchè muore un dittatore?". C'è chi ricorda un versetto del Corano che recita: "Cada sugli ingiusti la maledizione di Allah" o chi pensa che in Medio Oriente si stia diffondendo un microbo virulento che pare contagi incredibilmente solo i dittatori (Gheddafi & co. sono avvisati). In ogni caso, si rischia insomma una "grande moria di dittatori".