Che i mercati temano le elezioni presidenziali francesi è cosa nota, dato che una vittoria di Marine Le Pen potrebbe innescare un processo il cui esito finale, per quanto al momento ritenuto poco probabile, potrebbe essere l’uscita della Francia dall’euro. Cosa questo potrebbe significare è chiaro agli investitori mondiali, anche se forse non al grande pubblico.

Secondo Goldman Sachs i titoli di stato francesi, privi di ogni rete di protezione da parte della Banca centrale europea, che col suo programma di quantitative easing sta comprando pro quota titoli di stato di tutti i paesi dell’eurozona al ritmo di 80 miliardi al mese, destinato a calare a 60 miliardi dal mese entrante, e che garantisce l’accesso a fondi a costo zero a tutte le banche dell’area euro, compresi gli istituti francesi, rischierebbero di vedere il rendimento balzare al 10% nel giro di pochi anni.

Se questo è quanto rischia la Francia, viene da chiedersi cosa rischi l’Olanda, dove domani alle elezioni politiche il partito antieuropeista “Partito per la Libertà”, guidato da Geert Wilders, il “Trump dei Paesi Bassi” è indicato da tutti i sondaggi destinato a quasi raddoppiare la sua quota di seggi parlamentari. Wilders, come e più di Le Pen, ha gridato ai quattro venti che vuole promuovere un referendum sulla partecipazione dell’Olanda alla Ue, sognando di imitare la Gran Bretagna e di dare una “picconata” al sogno di un’Europa unita.

Come notano tuttavia gli esperti di Ubs Wealth Management, in Olanda “tutti gli altri partiti chiave, per ora, hanno chiuso le porte ad una possibile coalizione col ““Partito per la Libertà”. Gli interminabili colloqui di coalizione potrebbero tradursi nell’affidamento della carica di primo ministro a Mark Rutte a capo della più grande coalizione dagli anni ’70”. L’elezione olandese, la prima di una serie di importanti appuntamenti elettorali in Europa, resta comunque un evento particolarmente delicato.

Una vittoria schiacciante per i populisti in Olanda, notano gli esperti di Ubs Wealth Management, potrebbe infatti incrementare le fortune dei populisti nelle elezioni francesi, tedesche e italiane, così come potrebbe mettere pressione sull’euro, nel breve periodo, e sulle obbligazioni di paesi come la Francia e l’Italia (che già stasera ha visto il rendimento del Btp a 10 anni risalire al 2,36% e lo spread contro Bund all’1,903%). Andranno dunque monitorati, da domani, non solo gli esiti delle elezioni olandesi, ma gli effetti che questi potrebbero produrre nel resto del vecchio continente.

Ma perché i movimenti populisti sono così tentati dall’addossare all’euro e all’Unione europea la colpa dell’attuale fase di incertezza economico-politica? Pesano certamente i problemi legati alla gestione dei flussi dei migranti, i sempre più fragili rapporti tra Ue e Turchia in particolare, ma non solo, in tema di rifugiati e diritti umani, oltre che, per paesi come l’Italia, i dati macroeconomici sempre poco rassicuranti. Su quest’ultimo punto il rischio di fraintendimenti è tuttavia elevato.

Claudio Baccianti, macroeconomista italiano attualmente impegnato presso il centro tedesco di ricerche economiche europee Zew (Zentrum für europäische wirtschaftsforschung), lo ha spiegato molto bene in un articolo pubblicato lo scorso febbraio su Il Foglio, notando come la stagnazione dell’economia italiana (il cui Pil cresce di circa l’1% mentre il Pil reale pro capite resta sotto il livello del 1998) abbia dato vita a un dibattito “surreale” dovuto da un lato all’eccessivo insistere sulla crisi dell’industria, per molti versi inevitabile ma che in realtà in Italia negli ultimi 10 anni ha registrato tassi di mortalità aziendale inferiori, ad esempio, a quelli di Francia, Spagna, Polonia e Regno Unito, dall’altro alla falsa convinzione che la crisi dell’industria sia legata all’incatenamento delle nostre aziende all’euro e all’austerity di matrice tedesca.

Continuare a ragionare in termini “ottocenteschi”, nota Baccianti, è pericoloso, perché non ci fa cogliere la reale dinamica dei fatti (e quindi ci impedisce di elaborare una strategia per reagire alla crisi): dagli anni ‘90 il mondo è cambiato a causa della globalizzazione e della rivoluzione informatica e digitale e l’Italia, che non ha mai brillato quanto a investimenti in innovazione, è rimasta letteralmente al palo. “Lo spread di capacità innovativa con la Germania era già enorme all’inizio del nuovo secolo” ed è aumentato nel tempo, tanto che “in quanto a spesa in ricerca e sviluppo la Cina ci ha superato nel 2003. Nel 2015 è arrivata ad investire il 2,07% del Pil contro l’1,33% dell’Italia”.

Si aggiunga la tendenza tutta italiana al “nanismo aziendale” e “un assetto manageriale che scoraggia l’innovazione e la crescita delle imprese” e la frittata è fatta. Ma non ditelo ai movimenti populisti e ai loro elettori, in Italia ma anche in Francia, Olanda e nel resto d’Europa: in fondo è più semplice dare la colpa all’euro e all’Europa matrigna che guardare in faccia la realtà e accettare di dover cambiare. Anche perché un’intera generazione di leader politici, finanziari e industriali dovrebbe probabilmente essere accompagnata all’uscita e senza alcuna generosa liquidazione. Inaccettabile, per la tradizione italiana. O no?