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Marchionne, Di Risio, Rossignolo: le punte d’attacco dell’industria automobilistica italiana!

La crisi dell'auto nel nostro Paese non deriva esclusivamente dalla negativa fase congiunturale dell'economia. Le scelte manageriali inopportune, sommate all'utilizzo poco accorto dei fondi pubblici, rendono poco rosee le prospettive di un settore vitale e funzionale alla ripresa del sistema produttivo nazionale.

Marchionne, Di Risio, Rossignolo: le punte d'attacco dell'industria automobilistica italiana!

Non è un bel periodo per il mondo dell’automobile, al pari di tanti altri comparti che stanno soffrendo una crisi sistemica dalle impreviste proporzioni e dai contorni che appaiono per certi versi paradossali ed incredibili, quasi a voler rispolverare certe barzellette di cattivo gusto che non fanno ridere nessuno. Ma siamo espliciti: questa è dapprima la crisi dello establishment, di quei vertici che annaspano, spesso, nel pantano del loro ego, senza produrre quelle scelte in grado di risollevare strutturalmente un settore fondamentale al nostro Paese. Facciamo due nomi. Anzi tre: Marchionne, Di Risio, Rossignolo.

Del primo si è detto tutto e c’è poco da aggiungere ancora. Al timone della Casa torinese dal 2004, fa tutt’oggi pervenire dei fondamentali ancor peggiori dell’azienda che lo ha accolto come il salvatore. Stabilimenti chiusi (tre, più Pomigliano a mezzo servizio ed un ulteriore alquanto traballante, a quanto pare), volumi e quote di mercato in stato comatoso, Lancia ed Alfa Romeo agonizzanti e potrei continuare con una serie infinita di note non proprio positive. Un disastro che si spinge oltre la fase congiunturale che sta deprimendo le nostre economie. Ma Il Gruppo, ormai, ha buttato il cuore negli Usa e questo è parso sufficiente anche ad autorevoli rappresentanti del giornalismo e della politica ad evitare di sentenziare scomodamente sulla questione. Lo spot di Fiat Fabbrica Italia, passato dal  “più straordinario piano industriale che il Paese abbia mai avuto”  a “sei su scherzi a parte” nel giro di qualche mese di “ordinaria amministrazione”, costituisce l’esempio più lampante della new industrial policy in atto. E’ di ieri la notizia che Pomigliano chiuderà tra il 20 ed il 31 agosto ed i 2150 lavoratori saranno messi in cassa integrazione ordinaria.  Parliamo di soldi pubblici.

Ma andiamo avanti. Massimo Di Risio della Dr Motor: l’imprenditore molisano, ha cercato di imporsi, su un mercato dalle eccezionali barriere all’ingresso, assemblando dapprima auto prodotte in Cina per poi avventarsi sul sito ex Fiat di Termini Imerese con un piano industriale che avrebbe dovuto consentire la salvaguardia dei posti di lavori attraverso una produzione stimata di 60.000 auto all’anno. Tutto fumo. Alla resa dei conti, le difficoltà finanziarie della DR hanno palesato un precario equilibrio anche solo a pagare gli stipendi dei dipendenti molisani. Di Risio per adesso è fuori dalla trattativa, ma per lui erano pronti altri milioni di fondi pubblici provenienti dai “floridi forzieri” della Regione Sicilia, anche in virtù della preferenza effettuata dal Ministero dello Sviluppo economico che aveva scelto sulla “base della solidità finanziaria” un’azienda strapiena di debiti. Come ogni storia all’italiana che si rispetti non poteva mancare l’epilogo con tanto di gattabuia per l’attore protagonista: Gian Mario Rossignolo, Presidente della Casa automobilistica De Tomaso, è finito sotto inchiesta nell’ambito dei finanziamenti pubblici destinati ai corsi di formazione; 7,5 milioni di soldi pubblici più tutta un’altra carrellata di capitali “istituzionali”.

In tutte e tre le circostanze, e con tutte le opportune differenze del caso, è il Sistema Paese a mostrare tutti i suoi limiti. Lo Stato, infatti, continua a dilapidare fondi in progetti fallimentari figli di improbabili numeri di improbabili piani industriali. E’ evidente come la politica si dimostri incapace di coordinare programmi industriali di ampio respiro e forse qualcuno dovrebbe chiedersi se tale consolidato interventismo debba essere rivisto nei suoi pilastri portanti. Non che sia semplice definire i parametri più efficienti per tutelare le strutture produttive, da un lato, e l’utilizzo responsabile di risorse pubbliche dall’altro, soprattutto considerando le peculiarità di taluni settori che risultano rappresentati da pochissimi player. Scartare una soluzione spesso significa non poter disporre di alternative di sorta e le pressioni sociali, politiche ed economiche rappresentano il trampolino di onerosi salti nel vuoto per chi si è assunto la responsabilità di sponsorizzarli. Per le stesse pressioni, la Fiom ha sposato il progetto di Rossignolo per tentare di assicurare un futuro alle maestranze. In realtà già qualcuno aveva espresso sonori dubbi sulla fattibilità progettuale, ma quale politico o sindacalista poteva disporre del coraggio di non sostenere una soluzione (per quanto lacunosa) senza averne un’altra disponibile in tasca?

Il discorso è certamente complesso, ma non può esimere i governanti da una riflessione: i soldi pubblici devono andare in mani affidabili, in progetti potenzialmente profittevoli e strutturalmente solidi. Se i requisiti non ci sono meglio rafforzare gli ammortizzatori sociali e incentivare la ricollocazione dei lavoratori anche in altri comparti,  in attesa di individuare soluzioni migliori. In caso contrario continueremo ad osservare il  meccanismo inceppato del nostrano capitalismo promiscuo che, unito ad una classe dirigente come quella dei tre moschettieri presentata, produce solo la mortificazione di lavoratori, territori e risorse. 

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