Mentre Alfano ipotizza che Berlusconi potrebbe sciogliere la riserva sulla sua candidatura nel corso della Festa della Giovane Italia di Atreju (che parte il 12 settembre), da più parti filtrano indiscrezioni sulla reale volontà del Cavaliere. Già, perché al rientro dalla pausa estiva, lo staff dell'uomo di Arcore si è trovato a fare i conti con una serie di problematiche di estrema rilevanza, che potrebbero finanche far recedere l'ex Presidente del Consiglio dalla volontà di candidarsi alla guida della nuova formazione che dovrebbe "sostituire" l'ormai defunto Popolo della Libertà (anche se non c'è ancora neanche l'intesa sul nome).

Il primo nodo è quello dei sondaggi. Malgrado l'annuncio di un ritorno in grande stile, malgrado l'accantonamento di un segretario giudicato "serio, responsabile ma troppo timido", nonostante la volontà di riprendere i fasti del passato ricompattando un "popolo alla ricerca di un leader", i sondaggi continuano a relegare il Pdl intorno al 20%. Una cifra che, come nota Francesco Bei su Repubblica, è molto simile a quella della reggenza Alfano e che soprattutto sembrerebbe relegare il Cavaliere ad un ruolo di comprimario nel panorama politico italiano. Tanto più che i dati non sono incoraggianti nemmeno per quanto riguarda il gradimento personale, con l'elettorato di centrodestra che invece guarda con grande attenzione alla figura di Montezemolo ed al progetto di Fermare il Declino. Così il Cavaliere continua a prendere tempo, tanto che alcune voci parlano nuovamente della possibilità di indire elezioni primarie che a quel punto servirebbero o a blindare l'elezione di Silvio (garantendogli un'ampia legittimazione popolare, sul modello Prodi – Veltroni per capirci), oppure a scegliere realmente il suo successore alla guida del centrodestra (prospettiva molto nebulosa, va detto).

Il secondo ostacolo è legato alle trattative sulla riforma elettorale, il vero grande problema che agita i sonni del Cavaliere. Come riportano i bene informati, il vertice di ieri sera tra i maggiorenti del Pdl è stato praticamente monotematico ed è servito a stilare "il piano di battaglia" sulla legge che dovrebbe sostituire il Porcellum, dopo la ripresa dei lavori in Commissione parlamentare. L'assillo principale è quello di impedire che si vada al voto con la porcata di Calderoli, dal momento che si tratterebbe di regalare un'ampia maggioranza al gruppo PD – SEL, riducendosi ad un ruolo di comprimari per l'intero arco della legislatura e soprattutto disgregando la base territoriale del partito, che "si nutre di incarichi, posti al sole romano e via discorrendo". Per questo B. pensa di ritornare al modello tedesco, proporzionale puro con soglia di sbarramento senza preferenze (come vuole il PD) e senza premio di maggioranza. Un'ipotesi (che i democratici giudicano irricevibile) intorno alla quale potrebbe aggregarsi un eterogeneo schieramento parlamentare (Lega Nord in primis), che potrebbe garantire il passaggio della legge in entrambe le Aule. Ovviamente si tratterebbe di una forzatura, ma servirebbe a raggiungere il vero scopo dei berluscones: impedire che dalle elezioni esca un vincitore unico e "costringere" la reiterazione dell'esperimento della grosse koalition anche nella prossima legislatura.

Il terzo ostacolo è legato alle condizioni fisiche del Cavaliere e, più in generale, alle perplessità sull'opportunità di candidare un settantasettenne a Palazzo Chigi (al termine della legislatura Berlusconi avrà 82 anni). Se, come da copione, dagli ambienti vicini al Presidente del Consiglio si sono affrettati a smentire conseguenze e problematiche relativamente all'incidente della scorsa settimana, ribadendone la perfetta forma fisica, la linea invidiabile e lo spirito combattivo, una riflessione sulla possibilità di reggere i ritmi di una campagna elettorale che si preannuncia serratissima è comunque giudicata indispensabile. Insomma, se davvero la presenza di Silvio non dovesse garantire un surplus di consensi, ripiegare sul ruolo di "padre nobile" potrebbe essere la soluzione migliore. Per tutti, probabilmente. Anche per un una classe politica che deve necessariamente mettere in pratica quella discontinuità tanto decantata a parole. Anche per un centrodestra che deve "uscire dalla fase di affidamento" e proporre una piattaforma politica che non necessiti di "un uomo solo al comando". Anche per il Paese, uscito a pezzi dalla bolla berlusconiana e che ha un disperato bisogno di lasciarsi alle spalle l'ultimo ventennio.