Erano bastate poche parole ad Alessandro Di Battista per riaprire fragorosamente il dibattito sulle candidature in casa MoVimento 5 Stelle. O meglio, “sulla candidatura”, sul nome di chi dovrebbe guidare la macchina da guerra grillina alle prossime elezioni politiche.

Il deputato romano, infatti, qualche giorno fa aveva spiegato di non aver ancora deciso sul suo futuro e si è detto convinto che alle primarie online per la scelta del leader si presenterà più di un candidato. A sfidare, ma questo lo aggiungiamo noi, il lanciatissimo Luigi Di Maio. Il quale, diversamente dal suo compagno di partito, anche oggi ha ribadito la sua disponibilità ad assumersi la responsabilità di guidare il MoVimento alle politiche. Se lo vorranno gli elettori, ovviamente.

Il vicepresidente della Camera dei deputati è da tempo indicato come il favorito numero uno, tanto da aver cominciato un vero e proprio percorso di accreditamento, in Italia e all’estero. Di Maio ha scelto di ritagliarsi il ruolo di figura di garanzia per una serie di soggetti che in qualche modo potrebbero temere una eventuale vittoria del MoVimento 5 Stelle alle prossime elezioni: settori produttivi, alta e media borghesia, imprenditori, associazioni di categoria, lobbisti e via discorrendo. Non solo, perché Di Maio è da tempo il volto più esposto mediaticamente, quello che gli italiani sovrappongono al logo del MoVimento 5 Stelle, il "ragazzo" che oppongono alla vecchia politica politicante.

Il cammino verso l’investitura alle politiche, però, è tutt’altro che semplice. A testimoniarlo anche un sondaggio “segreto”, che la Casaleggio ha commissionato a uno dei principali istituti che si occupano di monitorare il gradimento dei leader politici. Di Maio, in una rosa di nomi del M5s è risultato ampiamente in cima alle preferenze del totale degli italiani, mentre fatica molto se il campione si restringe fra i soli iscritti al MoVimento. A insidiarlo sia Alessandro Di Battista che Roberto Fico, altri pezzi da novanta dello scacchiere grillino. Detto in altri termini: Di Maio avrebbe più possibilità di vincere la corsa delle politiche che quella per la leadership del MoVimento 5 Stelle.

La rilevazione, peraltro non resa pubblica e nemmeno diffusa tra tutti i parlamentari grillini, preoccupa non poco i piani alti della Casaleggio, che hanno  puntato sul giovane deputato da Pomigliano, proprio perché considerano le sue caratteristiche perfettamente compatibili col loro progetto. Di Maio, che si è ben comportato da vicepresidente della Camera (riuscendo a essere al tempo stesso “istituzionale” e “di lotta”, peraltro nell’organo dell’odiata Boldrini), ha caratteristiche peculiari: fornisce ampie garanzie a diversi gruppi, portatori di voti e di interessi; coniuga dogmatismo grillino (sulle regole) a realismo pratico (su scelte e programmi); conserva un indiscutibile appeal mediatico; riesce a tenere insieme lo spontaneismo grillino con un minimo di profondità di analisi (sul punto c’è ancora da lavorare, ovviamente). E, in aggiunta, buca lo schermo, piace a quel pubblico televisivo tra cui il MoVimento ha bisogno di recuperare consensi.

La domanda a questo punto è una sola: Luigi Di Maio ha già la candidatura in tasca? Ecco, dipende. Le opzioni sono due, entrambe non prive di conseguenze. Per dirla in breve: o le primarie sono una cosa seria, oppure non lo sono. O il gruppo di parlamentari "malpancisti" decide di far emergere le distanze con Di Maio e Casaleggio, di mettere sul tappeto i distinguo emersi in questi mesi (sul versante dell'immigrazione, per esempio, non sono sfuggite le parole di Roberto Fico, deputato fra i più autorevoli e rispettati) e di affidare a un nome forte l'idea che "un altro MoVimento" è possibile (che poi sarebbe un "ritorno al passato", a quello spirito originario che in molti giudicano tradito dalla svolta istituzionale di Di Maio); oppure sarà una specie di esibizione, una formalità per Di Maio, che affronterà candidati di bandiera senza nessuna possibilità reale di contendergli la leadership. Qualcuno semplifica ancora di più: o a sfidarlo è uno tra Di Battista e Fico, oppure i giochi sono fatti.

La partita, insomma, potrebbe anche essere più aperta di quanto si immagini. Anche se mancano dieci giorni e, dunque, i margini di manovra per eventuali operazioni "clamorose" sono davvero ridotti al minimo.