Si era innamorata di uno studente di Ferrara e voleva sottrarsi alla schiavitù a cui l'avevano costretta i suoi aguzzini: per questo Paula Burci, 19 anni è stata uccisa in un martirio senza precedenti. A febbraio 2017, dopo 9 anni dal massacro, avvenuto nel 2008 a Villadose (Rovigo) e al termine del secondo processo, sono stati condannati all'ergastolo due dei suoi sfruttatori, Gianina Pistroescu e Sergio Benazzo. La condanna è stata emessa dalla Corte di Assise di Rovigo a cui il caso è passato, per competenza territoriale, dopo la pronuncia di una prima sentenza di ergastolo avvenuta al Tribunale di Ferrara. La Cassazione annullò senza rinvio la sentenza della Corte di Assise di Ferrara per incompetenza territoriale, trasmettendo gli atti alla procura di Rovigo. I due imputati furono liberati per decorrenza dei termini della carcerazione preventiva e rimarranno liberi fino alla pronuncia della sentenza definitiva. Il secondo processo, celebrato dal tribunale di Rovigo, si è svolto ripercorrendo le tappe del primo e chiedendo ai testimoni la sola conferma di quanto dichiarato in aula la prima volta. Presente in aula il fratello Aurelian, che era all'oscuro di quanto era capitato alla giovane Paula al suo arrivo in Italia dalla Romania.

La storia di Paula.

La ragazza, nata nel nostro Paese, aveva voluto farvi ritorno appena compiuti i 18 anni, per realizzare il suo sogno di diventare parrucchiera e aiutare economicamente la sua famiglia. Arrivata a Ferrara si era imbattuta in Gianina Pistroescu, connazionale compagna dell'idraulico Sergio Benazzo, il quale aveva accettato di ospitare la ragazza in cambio della somma di 180 euro al giorno. Pistroescu, dunque, l'aveva sistemata e l'aveva perfino portata in un coiffeur, dove Paula era rimasta estasiata: era la prima volta nella sua vita che si tagliava i capelli da un parrucchiere. Poi però era iniziata la schiavitù. Gianina e il compagno la costringevano a prostituirsi nella ‘scuderia' della Pistroescu nella zona universitaria di Ferrara e, per tenerla in pugno, la obbligavano a fare uso di droga. A un certo punto, però, accade qualcosa di veramente imprevisto. Paula si innamora, ricambiata, di uno studente di Ferrara che aveva conosciuto sulla strada. I due iniziano una relazione e Paula si sente tanto forte da poter abbandonare quella vita. Qualcuno la pensa diversamente, però. Paula è una prigioniera, una proprietà e come tale non può decidere di se stessa e infatti i suoi aguzzini decidono per lei, decidono che deve essere punita. In sei – lo rivelerà una compagna di cella con cui Pistroescu si era confidata – la aggrediscono a calci, pugni, le strappano i denti e la trapassano più volte con un forcone. Per occultare quell'atroce massacro, poi, le danno fuoco quando è ancora viva.  Da quella furia di fuoco si salverà solo un'unghia.

Una condanna a metà.

I resti di Paula verranno ritrovati carbonizzati lungo l’area della golena del Po a Zocca di Ro, dove i suoi assassini li avevano trasportati, nel marzo 2008. La vittima verrà identificata solo grazie a quel frammento di unghia che si era salvato dal rogo grazie allo smalto. Lo stesso che ha restituito una traccia di materiale biologico da cui è stato estratto un DNA che non è compatibile né con con Pistroescu né con Benazzo e che attesta quindi la presenza di altri assassini. I due vennero immediatamente identificati e accusati di omicidio. Un delitto commesso in concorso con ignoti che non sono mai stati identificati e che dopo due processi, sono ancora, a piede libero. Quella traccia di materiale biologico trovato sotto l'unghia della ragazza, infatti, pur offrendo la prova della presenza di terzi sulla scena, non è stato riesaminato.