“Le nostre anime di notte” sono quelle che si incontrano per farsi compagnia quando il tempo passato è, ormai, più di quello che resta da vivere. Sono quelle che, a un certo punto, decidono di farsi compagnia dopo che la morte dei rispettivi coniugi le ha rese un po' più sole, che dormono assieme, si tengono per mano, si raccontano la quotidianità e si addormentano finché il giorno non li sveglia riportandoli ad attendere il momento che si rivedranno.

“Le nostre anime di notte” sono le vite di Addie e Louis che Kent Haruf, una delle più belle riscoperte di questi ultimi anni, ci ha lasciato prima di morire (nel 2014), dopo aver raccontato, nella Trilogia della pianura, la sua opera più nota, le vicende che si susseguivano nella cittadina di Holt. E proprio a Holt si ambienta anche questo libro postumo, piccolo grande caso editoriale di queste settimane, sorprendente per la resistenza nelle prime posizioni e per l’editore, NN Editore, che nato soli due anni fa ha avuto il pregio di riportare in Italia quest’autore, vincendo oltre alla scommessa della critica, quasi unanime nel riconoscere l'importanza dello scrittore americano, anche quella del pubblico, che si è appassionato alla sua storia e alle sue storie.

E lo ha fatto, forse, con il racconto meno perfetto, quello che nella scrittura, come sottolinea anche il traduttore Fabio Cremonesi, che ne cura la postfazione, è meno asciutto, lasciandosi andare a qualche riferimento autoreferenziale che non può sfuggire a chi ha già letto i tre libri che formano la Trilogia: "Canto della Pianura", "Crepuscolo", "Benedizione". Eppure è questo libro agile, veloce ma intenso ad aver avvicinato il pubblico ad Haruf, dopo che da un anno il suo nome era tra i più discussi tra gli addetti ai lavori.

"Louis consumò una cena leggera, soltanto un panino e un bicchiere di latte, non voleva sentirsi goffo e appesantito una volta a letto con lei, quindi fece una lunga doccia calda strofinandosi a fondo. Si tagliò le unghie delle mani e dei piedi e la sera uscì dalla porta sul retro e percorse il vialetto posteriore con un sacchetto di carta che conteneva pigiama e spazzolino da denti."

Addie Moore è una signora anziana che una mattina va a casa di Louis Waters, anch’egli vedovo coetaneo, a proporgli di andare a passare la notte da lui. Non è una richiesta scandalosa, ma solo la richiesta di compagnia da parte di una persona che comincia a porsi il problema della solitudine. Una bella storia, se non fosse che a Holt la voce comincia a girare e la situazione desta un po’ di scandalo (quasi a tutti), vengono avvisati i figli dei due protagonisti che in un modo o nell’altro si mettono di traverso, finché l’arrivo del nipotino di Addie, Jamie, non sconvolge le loro vite, guidando la storia verso l’epilogo.

Quella che Haruf costruisce è una storia di amicizia e sentimenti, di rapporti (madre e figlio, amici, nonni e nipoti e padri e figlie) che è una critica dura ai benpensanti che hanno nell’apparenza la propria ragione d'essere. "Un'elegia della middle class e delle sue fragili certezze" come scrive sempre Cremonesi, in cui lo scrittore non disdegna di mettere i suoi protagonisti, ancora una volta, davanti a situazioni che creano imbarazzo: succedeva già nel "Canto della pianura", primo libro della Trilogia, quando Victoria, ragazza cacciata da casa per colpa di una gravidanza inaspettata, va a vivere dai fratelli McPheron, anziani anche loro, che si ritrovano la vita sconvolta (un po’ come succede a Addie e Louis). Cosa dirà la gente è un problema che si pongono anche loro, risolvendolo con coraggio e buon senso, lo stesso che spinge Addie da Louis, lo stesso che bisogna avere quando si vive in un piccolo Paese e si decide di vivere senza dover dare conto a nessuno, con le proprie convinzioni e i limiti che talvolta sono più grandi di quello che pensiamo.

"Potrebbe scrivere un libro su di noi. Ti piacerebbe? Non mi va di finire in un libro, rispose Louis."