in foto: Immagini di repertorio

“Vi devo dire che non siamo più in grado di effettuare indagini di più ampio respiro,devo quindi richiedere strumenti per riprendere l’attività investigativa, tra cui la possibilità di intercettare le comunicazioni satellitari e di usare tecniche di recupero dati sui dispositivi elettronici”. Con queste parole, pronunciate nel corso della sua audizione in Commissione difesa, il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro è tornato alla carica chiedendo di poter utilizzare maggiori riscontri e dati “di polizia giudiziaria” per il contrasto ai trafficanti di uomini impegnati tra l’Italia e la Libia. Tra le altre proposte, ha suggerito di prevedere a bordo delle ONG la presenza di unità con compiti di PG, ipotizzando di

  • stabilire che le navi in uso alle ONG “non battano la bandiera dello Stato in cui lo scafo è stato acquistato, ma quello dello Stato in cui hanno la sede”, perché “le molte navi delle ONG battono bandiere di Stati con le quali la collaborazione giudiziaria è difficoltosa” ;
  • mettere in campo una sorta di pronto intervento in mare, dando compiti di polizia giudiziaria a Marina e Guardia Costiera a prescindere dalle attività di search and rescue (o dagli interventi di emergenza, durante i quali già adesso MM e GC hanno compiti di PG), in modo da poter rendere possibile l’uso di intercettazioni telefoniche e telematiche;
  • far seguire da aerei militari quelle navi delle ONG che abbiano spento i transponder, per verificare se esse stiano varcando le acque libiche, violando le norme.

Le richieste di Zuccaro sono state raccolte, praticamente in tempo reale, dal MoVimento 5 Stelle, con una proposta di legge di iniziativa del deputato Alfonso Bonafede. Il parlamentare grillino considera “innegabile che sia particolarmente difficile per lo Stato italiano contrastare i reati consumati in mare aperto”, poiché “manca un collegamento efficiente tra l’autorità giudiziaria e le forze di polizia che sono impiegate a vario titolo in mare”. La legge ha lo scopo di permettere alle procure “di utilizzare appieno tutti gli strumenti di indagine dei quali dispongono sulla terra ferma”, aprendo immediatamente un fascicolo non appena si ha notizia di reato e dando la possibilità alle stesse di servirsi di Marina e Guardia Costiera per quel che attiene ai poteri di polizia giudiziaria.

Per farlo si prevede di cambiare prima di tutto il Codice della navigazione per ampliare i compiti di polizia giudiziaria degli ufficiali della Guardia Costiera e dei comandanti delle navi militari (“al riguardo dei reati dell’immigrazione clandestina, di tratta di persone anche in forma associata , di traffico di sostanze stupefacenti, di traffico internazionale di armi”). Inoltre, si inserisce un’ipotesi di illecito amministrativo “a carico del comandante la cui imbarcazione – impegnata in operazioni di ricerca e soccorso –  disponga l’interruzione del segnale di geolocalizzazione (transponder) dell’imbarcazione” o, nel caso di nave battente bandiera straniera, la segnalazione all’autorità dello Stato corrispondente.

Le modifiche chieste dal MoVimento 5 Stelle sono però piuttosto complesse, perché intervengono in un ambito regolato da trattati internazionali e si propongono di regolare una materia articolata e soggetta alle contingenze. Cominciamo però col dire che "tecnicamente" non esiste la lacuna di cui parlano i 5 Stelle, dal momento che la Guardia Costiera e la Marina Militare hanno già compiti di polizia giudiziaria in determinate situazioni.

È il combinato disposto tra l’articolo 57 del Codice di procedura penale con l’articolo 1235 del Codice della Navigazione a conferire loro tali compiti, ovviamente “nei limiti del servizio cui sono destinati e secondo le relative attribuzioni”. L'estensione dell'attività di polizia giudiziaria potrebbe provocare contenziosi, in particolare se si tratta di intervenire su navi che non battono bandiera italiana e per "presunti reati" (diverso il discorso in caso di "pirateria o traffico di stupefacenti", ad esempio). Del resto, la stessa ipotesi di Zuccaro di "affiancare" agli equipaggi delle ONG un ufficiale con compiti di polizia giudiziaria ha fattibilità pari a zero, dato che gran parte delle navi delle ONG battono bandiere straniere, anche extra Ue.

Un problema che si ripropone anche per la questione dei transponder, dal momento che, non solo ci sono decine e decine di motivazioni per le quali un segnale di geolocalizzazione potrebbe essere spento / spegnersi, ma soprattutto non c'è alcun modo per obbligare una nave che batte bandiera straniera a rispettare una "indicazione" del legislatore italiano su suolo non italiano.

[Qualche considerazione, per chiudere, sembra necessaria. La sensazione è che questa proposta di legge, e in generale l'approccio alla questione della politica, risponda più a logiche legate al consenso e alla benevolenza dell'opinione pubblica che ad altro. Lo si capisce dall'incapacità di avere ben chiaro cosa stanno facendo i nostri uomini della Guardia Costiera e della Marina Militare e come, concretamente, si svolgono le operazioni in mare aperto. Interventi di una complessità elevatissima, che hanno come priorità la sicurezza di migranti e operatori, e durante i quali l'individuazione di eventuali scafisti è praticamente impossibile (come riconosce anche Zuccaro, per la verità). In più, la crociata contro le ONG è, direttamente o meno, la crociata contro chi si occupa della search and rescue, che è e resta essenziale, come conferma anche Frontex nel suo pluricitato report "Risk Analysis". Non si vuole che agiscano le ONG, perché non danno garanzie sulla trasparenza dei salvataggi? Bene, ripensiamo alcune scelte, allora, come quella di cancellare Mare Nostrum, che impegnava alla search and rescue la nostra Marina Militare e che, come evidenziato dall'ammiraglio Credendino (della Marina, non del fronte "accogliamolitutti", eh), non ha mai rappresentato un pull factor, come dimostrano i confronti temporali sulle partenze.]