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La proboscide degli elefanti: dipingere e sradicare tronchi d’albero.

Dotati della proboscide: un organo assolutamente unico nell’intero mondo animale, sono di nuovo sull’orlo dell’estinzione a causa della distruzione dei loro habitat per fare spazio alle attività umane, per l’avorio delle loro zanne. Sottometterli a lavori forzati oppure rinchiuderli, spostarli come pacchi, sparpagliarli e scambiarli come figurine rare tra istituti di “conservazione della biodiversità”, pone in grave pericolo l’intero tessuto sociale e la loro vita emotiva. Questo li uccide lo stesso, solo più lentamente.

 L’Ansa del 23 Luglio 2012 riporta questa notizia: “Tra Africa e Asia, sono 23 i Paesi nel mondo che minacciano di piu’ le specie piu’ a rischio del Pianeta dove bracconaggio e traffico illegale di natura sono ai massimi livelli: elefanti, rinoceronti e tigri si trovano in pericolo soprattutto in Vietnam, Laos e Mozambico. Questa, in sintesi, il contenuto di un report del Wwf (‘Crime wildlife scorecard: valutazione e applicazione degli impegni Cites per tigri, rinoceronti e elefanti’) in cui si assegnano le pagelle a 23 tra i piu’ importanti Paesi considerati di transito o consumatori diretti di parti e prodotti di queste specie.”

La proboscide degli elefanti: dipingere e sradicare tronchi d'albero.

Gli elefanti, il più grandi mammiferi terrestri, si trovano oggi ad affrontare una sfida estrema per quanto riguarda la convivenza con l’uomo.

Se non controllate, alcune potenti forze apportatrici di distruzione, condurranno questi moderni leviatani di nuovo sull’orlo dell’estinzione: lo sviluppo umano senza controllo, la caccia di frodo e la solita vecchia arroganza egocentrata. Per avere una visione d’insieme dei reali confini del problema è necessario collocare gli elefanti in un contesto biologico più ampio, considerandoli come una specie moderna ma che ha alle spalle un lunghissimo passato evolutivo. L’inizio di questa evoluzione sembra coincidere con la quinta estinzione di massa, quella avvenuta circa 65 milioni di anni fa.  Ebbe allora termine il Periodo Cretaceo (e con esso anche l’Era Mesozoica). E iniziò il Paleocene (e con esso l’era Cenozoica). La vita rispose come sempre con un periodo di forte spinta evolutiva. In questa fase di intensa rivincita della vita e della diversità, tra i nuovi protagonisti della scena sul pianeta, comparvero i proboscidati.

Gli elefanti hanno dominato buona parte dell’Era Cenozoica, definita l’Era dei mammiferi. Oggi vivono solo 2 specie appartenenti ad unica famiglia.L’elefante africano (Loxo-donta africana) e l’elefante indiano (Elephas maximus).

Nell’immaginario comune l’elefante è l’emblema della vita selvaggia, del nostro legame con il passato e dell’intelligenza unita alla forza. In qualche modo l’elemento più straordinario che distingue questo pachiderma è la proboscide.Se ci fossero dei biologi della specie degli elefanti, sarebbero ossessionati dall’unicità della proboscide in natura” scrive Steven Pinker volendo indicare che la peculiarità di quest’organo è in qualche modo paragonabile alla capacità linguistica dell’ uomo. “…La proboscide dell’elefante è lunga quasi due metri, spessa trenta centimetri e contiene sessantamila muscoli. L’animale la usa per sradicare gli alberi, accatastare legname o, quando viene adibito alla costruzione di un ponte, per disporre con precisione enormi tronchi. Un elefante è ca-pace di arrotolare la proboscide intorno ad una matita e disegnare caratteri su un foglio di carta da lettera. Con le due estensioni muscolari sulla punta può estrarre una spina, raccogliere uno spillo o una monetina, stappare una bottiglia, svitare un bullone dalla porta di una gabbia e nasconderlo su un ripiano, o tenere una tazza con una presa così forte, pur senza romperla, che solo un altro ele-fante potrebbe portargliela via. La punta della proboscide è abbastanza sensibile da permettere all’ elefante di riconoscere a occhi chiusi il materiale e la forma degli oggetti….”. Steven Pinker descrive la proboscide con queste meravigliose parole con un fine diverso dalla zoologia ma nell’ambito del cognitivismo occupandosi di linguaggio.

Sono disponibili in internet video affascinanti che raccontano la storia di un centro indiano in cui gli elefanti dipingono se stessi e tramite la vendita di questi quadri mantengono il Centro (The Asian Art & Con-servation Project). Questo è il punto che ci interessa qui.

La proboscide è un organo in grado di trattenere ed usare un sottile pennello ma anche sradicare il tronco di un albero che pesa diversi quintali. La proboscide ha un ruolo fondamentale nella vita dell’elefante ed è certamente una delle caratteristiche più interessanti della sua struttura fisica. In verità la proboscide è qualcosa di assolutamente unico nell’intero mondo animale. E’ un organo muscolare estremamente flessibile che può essere utilizzato con molteplici funzioni. Se lo confrontiamo alla morfologia umana, la proboscide rappresenta il nostro naso con le due narici che attraversano l’intera lunghezza ma termina con il labbro superiore. La maggior parte dei mammiferi usa il naso solo come presa d’aria e come sistema di rilevazione di odori (compresi i feromoni).  La proboscide della specie africana termina con protuberanze (due dita) sulla punta dell’organo che l’elefante utilizza per afferrare oggetti. L’elefante asiatico ha un solo dito.

Con le sue migliaia di muscoli (sorprendentemente l’intero corpo umano ha circa 600 muscoli), la proboscide consente all’elefante di disegnare le lettere dell’alfabeto su un foglio di carta da lettere, stappare bottiglie, sradicare radici, fargli da boccaglio mentre nuota sott’acqua per chilometri, comunicare con i barriti o colpi sordi sul terreno, annusare la presenza di un pitone nascosto nell’erba a più di un chilometro di distanza.

Essa è utile agli elefanti anche per lo stoccaggio di acqua, per aspirare fango e polvere destinata a mantenere pulita la pelle o semplicemente per rinfrescarsi, come una presa d’aria quando nuotano, per strofinarsi un occhio che fa prurito o grattarsi un orecchio. La proboscide di un elefante tipico, in media, può contenere circa 4 litri di acqua. La riempie di acqua e si versa l’acqua in bocca per bere. Molte delle esperienze fatte dell’elefante provengono dalla proboscide che è in realtà ha anche una funzione esplorativa. La pelle che copre il lato anteriore è solcata da profondi rughe ed è coperta da peli molto radi e contribuisce alla sensibilità nei confronti dell’ambiente. E’ uno degli ingressi sensoriali primari dell’elefante (insieme all’udito). La proboscide è anche utilizzata per minacciare, e lanciare oggetti quando l’elefante ritualizza un attacco contro un potenziale pericolo, insieme alle orecchie allargate e i barriti spaventosi. In questi casi sta bluffando e lo fa allungando la proboscide verso l’esterno. Tutto questo serve a ridurre al minimo il rischio di veri e propri scontri fisici.

L’elefante sfrutta un’altra fantastica funzione della proboscide: verifica gli odori posizionando la punta dentro la bocca dopo aver toccato l’oggetto che suscita il suo interesse. In questo modo trasferisce l’odore dalla proboscide alla piccola apertura che si trova nel palato che conduce all’organo vomero nasale dove avviene l’analisi chimica della sostanza. E’ bene ricordare che è talmente fondamentale per la vita dell’animale, che è quasi impossibile per un elefante sopravvivere se la proboscide è danneggiata. Subito dopo il parto, le madri aiutano il piccolo appena partorito a sollevarsi e se necessario a respirare, usando la proboscide. L’elefantino sta vicino alla sua mamma  durante le lunghe marce, trattenendo forte la sua coda con la sua piccola proboscide. Gli elefanti si avvalgono della proboscide quando giocano a combattere con un conspecifico.

I fatti non cessano di esistere solo perchè vengono ignorati.

A. Huxley

La gioia nel mondo degli animali si esprime molto spesso sotto forma di gioco e gli animali vi indulgono durante tutta la loro vita. Gli elefanti sono particolarmente dediti al gioco. L’Etologia cognitiva e l’Etologia Relazionale considerano gioco sociale:  attività ludica presente in tutti i mammiferi e particolarmente importante per la socializzazione all’interno del gruppo per l’apprendimento delle attività di procacciamento del cibo e per la ritualizzazione dell’aggressività intraspecifica; è considerata un’attività fondamentale ai fini della determinazione del livello di intenzionalità di cui è capace un soggetto animale.

Marc Bekoff, uno dei più illustri etologi cognitivisti del nostro tempo, ritaglia al gioco tra mammiferi un ruolo assolutamente essenziale per lo sviluppo della personalità e della struttura emotiva dell’ individuo. Il gioco, durante l’età evolutiva dell’uomo e di moltissimi animali, è la forma più naturale e spontanea di socializzazione. Nel gioco è possibile sviluppare le basi di apprendimento del proprio mondo interiore così come l’esigenza di comunicare e di socializzare con gli adulti. Inoltre attraverso il gioco si attivano piani motori, emotivi, mentali, relazionali e sociali. Quindi concludiamo che il gioco è un potente mediatore che stimola la formazione della personalità oltre che preparare ad assimilare regole che sono fondamentali per relazionarsi con gli altri elefanti e con altri animali. Tutti questi fattori cooperano a sviluppare la struttura emotiva dell’elefantino così come succede per i bambini. Il secondo aspetto fondamentale è lo sviluppo dell’empatia.

Questo tipo di analisi ci spinge nella direzione di una presa di coscienza sulle azioni umane nei confronti della vita che offriamo agli elefanti, tenendo conto che sono tra i mammiferi terrestri che esprimono il massimo grado di socialità. Come sempre l’arroganza umana suppone di conoscere questi animali e di poter controllare la loro vita. Molti animali sono capaci di empatia. L’empatia consente una connessione con l’altro, una specie di collegamento, che permette di comprendere (andando oltre al linguaggio) cosa prova un soggetto diverso da noi stessi. Può essere della nostra specie, ma può accadere che questo “legame” si stabilisca anche tra individui di specie diverse. La maggior parte degli studiosi concorda nel sostenere che gli elefanti sono in grado di percepire lo stato emotivo dei componenti del loro gruppo. Ci sono numerosi aneddoti che ci descrivono storie di empatia tra elefanti. Storie raccontate da biologi, studiosi, naturalisti ed etologi come Joyce Poole, Cynthia Moss, Ian Douglas-Hamilton, Kate Payne, Richard Leakey che hanno assistito in prima persona a storie meravigliose ed emozionanti. Una fra tante:

“Una giovane femmina fu colpita da una pallottola al polmone da un bracconiere. Così comincia il racconto. La povera femmina riuscì aiutata dal suo gruppo a sfuggire al suo assassino. Quando il branco riuscì a rallentare la corsa, i membri più giovani le si affianca-rono mentre le sue ginocchia iniziarono a cedere. Provarono a sostenerla ma alla fine la giovane femmina si sdraiò e dopo qualche fremito e si accasciò. I gesti di due femmine in particolare colpirono particolarmente gli etologi. Provarono a farla sollevare, utilizzando le proboscidi e le zanne e fecero di tutto per rianimarla. Una corse a prendere dell’erba e cercarono di metterla nella sua bocca. L’elefantessa era morta. I comportamenti che seguirono non furono meno straordinari. Coprirono il corpo di terra, ci impiegarono ore, e poi andarono a strappare dei cespugli e coprirono la femmina anche con quelli. Prima di andarsene, la madre della femmina uccisa, dando le spalle al corpo mentre si avviava con il branco, tese la zampa posteriore verso di lei e fece un tentativo di sollecitarla a seguirli… Poi, con la proboscide abbassata e con lo sguardo rassegnato, si avviò con gli altri. “

Tutti gli studi più attuali che riguardano l’etologia cognitiva indicano una forte relazione tra capacità empatiche degli elefanti e una forma, che in termini umani definiamo, compassione o cordoglio. Nei gruppi di elefanti sono stati spesso osservati comportamenti molto particolari in relazioni alle carcasse dei compagni di vita uccisi così come dei piccoli.

Jeffrey M. Masson sostiene che esprimano un sentimento davvero molto simile alla tristezza quando esaminano, annusano, toccano e arrivano a sbriciolare le ossa e le zanne dei loro compagni morti. Spesso sono stati osservati mentre ripetevano una specie di rituale che consisteva nel disporsi a cerchio intorno all’elefante morto, toccarlo con la proboscide e con le zampe e poi voltarsi tutti verso l’esterno. Ad oggi non esiste nessuna ipotesi confermata su quale sia la reale spiegazione dell’interesse che gli elefanti sembrano mostrare nei confronti delle ossa degli elefanti che conoscevano e che sono morti. C’è da aggiungere che gli elefanti sono in grado di ricordare allo stesso tempo dove si trovano diciassette membri della propria famiglia e forse addirittura trenta. Uno studio condotto da ricercatori dell’università scozzese di St Andrews nell’Amboseli National Park in Kenya ha rivelato che i pachidermi femmina, nel muoversi del branco alla ricerca di cibo, riescono a prendere un appunto mentale su quali familiari sono davanti a sé, quali dietro e quali stanno spostandosi in gruppi separati.

Dobbiamo ammettere che sappiamo ancora troppo poco sulle emozioni di questi animali per comprendere il significato di questi comportamenti. Forse ci dovremmo preoccupare di mantenerli in vita a sufficienza affinchè ci sia data la possibilità di scoprirlo. Sono senza alcun dubbio dotati di una intensa e complessa vita emozionale.

Tenendo conto di tutti questi elementi non è difficile comprendere quanto sia importante per un piccolo elefantino che le relazioni che stabilisce con gli adulti del suo gruppo e in particolare il legame con sua mamma siano il centro del suo mondo.Quando lo strappiamo al suo gruppo, provochiamo una profonda ferita nella mente e nell’affettività di quell’animale, che con buona probabilità porterà i segni psicologici di questo trauma. La distruzione del legame con la madre e con il resto del gruppo interferisce fortemente con l’eventualità che in età adulta questi elefanti (sia che siano stati catturati da cuccioli oppure da adulti) siano soggetti equilibrati e sani a livello mentale.

I gruppi di elefanti liberi, che sono vere e proprie famiglie allargate, si affidano alla conoscenza e alla saggezza delle femmine più anziane nelle società definite matriarcali. Sono loro le detentrici della sapienza su quali sentieri seguire nelle vaste pianure per raggiungere le pozze d’acqua nei periodi di siccità, oppure quali sono le piante che curano e quali invece sono pericolose. Questo aspetto è importante quando pensiamo alla conservazione della specie. Quando noi animali umani interrompiamo i processi e le dinamiche che si sviluppano in questo tipo di gruppi, facciamo collassare l’intero sistema su cui si basa la società degli elefanti. Sono uccisioni violente a cui assistono i piccoli elefanti, separazioni traumatiche di madri e figli, giovani maschi rimasti senza femmine che subiscono gli effetti della patologia post-traumatica dopo aver vissuto esperienze di mattanze indicibili, gruppi interi che rimangono senza matriarche; tutto questo pone in grave pericolo l’intero tessuto sociale e la struttura emotiva della società degli elefanti, tanto quanto gli effetti della riduzione del loro habitat e del bracconaggio.

Distruggere il loro habitat per fare spazio alle attività umane, ucciderli per l’avorio delle loro zanne, mettono a repentaglio la loro presenza fino a condurli sull’orlo dell’estinzione.  Sottometterli a lavori forzati oppure rinchiuderli, spostarli come pacchi, sparpagliarli e scambiarli come figurine rare tra istituti di “conservazione della biodiversità” (spesso sono alibi), ignorando i loro legami famigliari e di gruppo, e non riconoscendo loro una vera e complessa vita emotiva, sfruttandoli in assurde e anacronistiche strutture come zoo (qui l’ alibi è la funzione didattica) e circhi (qui non c’è nemmeno l’alibi), pone in grave pericolo l’intero tessuto sociale e la vita emotiva degli elefanti. Questo li uccide lo stesso, solo più lentamente. L’origine di questo disastro è da ricercare nell’arroganza umana.

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