Modelli a confronto.
L’esempio dell’auto. A monte di questa osservazione deve esserne fatta un’altra: la crescita infinita non esiste e continuare a invocare sussidi a suo favore è semplicemente una perdita di tempo, non perché non ci siano più soldi o non ci sia più nessuno disposto a farci credito (nel caso dell’Italia e non solo) come vuole la vulgata comune, ma più semplicemente perché la crisi ha avuto per molti settori maturi origine da un progressivo accumulo di capacità produttiva in eccesso. Soffrono di tale difetto strutturale (dunque non eliminabile con alcun sussidio né dipendente dalla fase del ciclo economico) sia il settore dell’auto sia quello della telefonia, quello dei beni di consumo discrezionali come quello della telefonia e media piuttosto che delle costruzioni, per cui continuare a sussidiare tali settori rischia di aggravare, non di risolvere, gli squilibri alla base della crisi. Focalizziamo l’attenzione sull’auto e sui soli produttori europei e guardiamo ai numeri: Volkswagen e Daimler hanno appena presentato delle trimestrali apparse migliori delle attese, Renault e Peugeot hanno deluso, Fiat è sembrata a metà del guado. Guardiamo meglio ai numeri e a ciò che ci sta dietro: i produttori tedeschi hanno puntato su un costante rinnovo (e ampliamento) della gamma, sono andati crescendo su nuovi mercati come la Cina (che per Volkswagen ormai pesa più della stessa Germania), hanno visto esplodere fatturati e utili ed ora presentano un giro d’affare, trimestrale, di 47,3 miliardi di euro (+26% su base annua) nel caso di Volkswagen e di 27 miliardi di euro (+9%) nel caso di Daimler, con utili netti rispettivamente pari a 3,2 e a 1,4 miliardi. Renault e Psa Peugeot non se la passano altrettanto bene, ma continuano a sperare in una rapida ripresa del mercato europeo, che resta la loro principale arena competitiva, e raggiungono nei primi tre mesi dell’anno un fatturato rispettivamente di 9,5 e di 14,3 miliardi di euro circa, deludendo le attese e vedendo un accumulo di scorte preoccupante (per Peugeot siamo tornati ai livelli del 2008, quando però sul mercato europeo si vendevano quasi un quinto di auto in più di quanto non si faccia ora). Il gruppo Fiat dal canto registra segnali contrastanti: Chrysler mette a segno il miglior trimestre da oltre un decennio con ricavi cresciuti del 25% a 16,4 miliardi di dollari e un utile netto di 473 milioni, ma (anche a causa dello sciopero delle bisarche in Italia) la sola Fiat vede ricavi in calo a 8,7 miliardi di euro e una perdita netta di 273 milioni. Fiat, come noto, sta rinviando un rinnovo più massiccio della gamma a quando la crisi sarà passata, anche per ottimizzare l’impegno finanziario, e per ora si limita a riproporre alcuni modelli Chrysler in Europa con marchi quali Lancia e a cercare di vendere qualche Fiat 500 in America (con più difficoltà di quanto non incontri a vendere i modelli Jeep nel vecchio continente). Il gruppo, che ieri ha precisato dei non sapere ancora prevedere quanto profonda (e duratura) potrà essere realmente la crisi del mercato dell’auto europea ma che per ora ha confermato i propri obiettivi per l’intero 2012, resta inoltre assente (con l’eccezione del Brasile) dai principali mercati emergenti come Cina, India e Russia.
La crisi richiede riforme più che austerità. Come vedete la crisi europea che a livello “sovrano” sembra esclusivamente una crisi di fiducia dovuto all’eccessivo peso fiscale (che è peraltro fuori discussione) e all’assenza di crescita, nasconde anche al suo interno diverse visioni strategiche e di settore, la cui maggiore o minore fortuna incide sulla crescita medesima non meno di fattori “esogeni” come la legislazione, il credito, la burocrazia e la presenza di una maggiore o minore corruzione nella Pubblica Amministrazione nonché un grado di evasione fiscale più o meno tollerata che rischia di rendere il gioco “non fair” e più vantaggioso per aziende meno rispettose delle norme comuni. Di fatto comunque l’esigenza di procedere senza indugio a ulteriori riforme strutturali è evidente, visto che tali riforme hanno consentito alle maggiori aziende tedesche di raggiungere l’attuale competitività. Che sia semplice e che questo possa cambiare qualcosa nello scenario a breve termine è assai dubbio, purtroppo, che sia comunque più sensato che procedere ad un’eccessiva austerità che rischia di fare più male che bene se fine a se stessa è invece quasi certo.