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La crisi del giornalismo tradizionale

Sfatiamo un mito: non è vero che la crisi del giornalismo tradizionale dipende dal digitale. Proviamo a dare uno sguardo alla storia della figura dell'editore, com'era all'inizio del XIX secolo e cosa è diventato oggi.

La crisi del giornalismo tradizionale.

Il Poynter Institute conserva ancora online gli articoli attraverso i quali nel 2005 il ricercatore Rick Edmonds analizzava la capacità dei giornali digitali di pareggiare le entrate dei giornali cartacei negli USA.

Come si legge nei post, i dati raccolti portarono l'analista a ritenere appena sufficiente un periodo di 14 anni considerando un ritmo di crescita del settore digitale del 33%, mentre la crescita del cartaceo si attestava intorno al 4%. Un lungo percorso che in un decennio e mezzo – considerando le variabili stabili – avrebbe portato le entrate dei quoditiani digitali dall'essere il 3% dei quotidiani cartacei, al superamento degli utili.

Lo stesso Edmonds era ben cosciente del fatto che in un argomento sensibile come quello dell'informazione digitale le previsioni sono tanto faticose quanto di difficile realizzazione. Infatti entrambi i settori serbarono una sorpresa: i giornali digitali arrestarono la propria crescita nel 2007 in concomitanza con l'inizio della recessione del 2007 degli USA. I giornali cartacei non solo non mantennero costante il ritmo di crescita, ma invertirono la rotta dimezzando nel giro di 5 anni le proprie entrate.

Si potrebbe ipotizzare una stretta relazione tra la crescita ed il mantenimento del digitale e l'arresto e la recessione del cartaceo e purtroppo molto spesso il crollo dell'uno viene imputato esclusivamente alla crescita dell'altro come in una sorta di sotituzione, ma non è affatto così.

La ricerca “The Story so far” della Columbia Journalism School (USA) ci spiega che i media tradizionali hanno iniziato a perdere terreno anche prima della diffusione del Web: gli spettatori dei programmi televisivi di informazione si sono dimezzati rispetto al 1980 e la tiratura dei giornali è crollata vertiginosamente del 30% dal 1990 al 2010.

Singolarmente però i ricavi dell'editoria tradizionale sono grossomodo rimasti invariati, nonostante la logica suggerisca il contrario.

La chiave di lettura porta all'attenzione il periodo di urbanizzazione del diciannovesimo secolo che ha conseguentemente generato l'espansione del mercato pubblicitario. Un processo che ha accompagnato l'evoluzione della figura dell'editore che in quel periodo ha scelto di diventare sempre più imprenditore, affacciandosi per la prima volta sul mercato pubblicitario.

Una delle prime conseguenze di questa trasformazione è stato l'indirizzo generalista delle nuove testate, orientate ad un pubblico vasto in grado di generare introiti pubblicitari.

In questo scenario gli imprenditori-editori si sono confrontati con il pubblico, giocando con le regole della concorrenza e del mercato in un'ottica espansione economica: i vincitori sono cresciuti del doppio e del triplo nell'arco di  un trentennio, divorando e acquisendo i concorrenti e costituendo l'attuale galassia che ben conosciamo.

Il declino del pubblico è avvenuto di pari passo con l'accrescimento delle entrate pubblicitarie, garantendo quindi la sopravvivenza alle testate che man mano andavano a consolidare l'oligopolio dell'informazione cittadina: negli anni '80 negli USA il rapporto tra testate e città variava dall' 1:1 al 3:1.

La promozione di un attività commerciale doveva obbligatoriamente passare attraverso le pagine dei quotidiani.

Il nuovo millennio ha scatenato una serie di pressioni che hanno iniziato ad intaccare lo status quo: da una parte la “crisi” dell'11 Settembre ha ridotto il budget per la pubblicità delle aziende, dall'alto il settore digitale ha iniziato ad abituare gli utenti ad un tipo di informazione veloce, gratuita, “condivisibile”, slegata dal mezzo.

Le testate – dopo decenni di stasi – si sono trovate improvvismente sul banco di prova: evolversi o sparire. Le reazioni, come si osserva facilmente, sono state molteplici e variegate. Purtroppo una risposta troppo comune è stato l'abbassamento della qualità e dell'originalità delle notizie (porto sempre lo stesso esempio di Repubblica.it che copia i video di Youtube senza citare la fonte).

Sono pochi gli attori che sono riusciti a sfruttare l'occasione di cambiamento e al contempo ottenere un forte riscontro economico.

Credo di poter affermare con serenità che attualmente siamo ancora “alla fine di un'era” piuttosto che “all'inizio di un'altra“.

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