
Cerchiamo su Google, facciamo un viaggio in aereo, mangiamo carne più volte alla settimana. Consumiamo più di quanto il nostro pianeta riesca a generare e nel 2011 ciò è successo in soli 10 mesi.
Lo scorso 27 settembre infatti era il Global Overshoot Day, una data da bollino rosso che avrebbe dovuto allertare i media: da quel giorno fino alla fine di quest'anno tutta la popolazione mondiale vive in debito rispetto alle risorse della Terra. Nel 2010 era il 21 Agosto mentre nel 2009 il 25 Settembre.
A causa nostra la natura è in bancarotta e siamo costretti ad usare le riserve fino al 31 Dicembre: dall'acqua ai raccolti si calcola che dal 2050 con una popolazione che supererà i 7 miliardi e che avrà dei consumi pro capite in aumento saranno necessari 2 pianeti perchè il nostro debito supererà il 100% del PIL ambientale. Dovremo spostarci in un altro pianeta simile alla Terra o possiamo fare qualcosa?
Lotta agli sprechi, risparmiare l'energia, usare le fonti rinnovabili ed evitare di sperperare le risorse naturali sono alcune delle alternative che ci restano per vivere. E pensare tutti che non si può più vivere al di sopra delle proprie possibilità anche quando se ne hanno i mezzi.

A partire dall'alimentazione: nessuno parla della bolla alimentare causata dalle banche con una speculazione che coinvolge, anche se con dinamiche diverse, sia i paesi poveri che quelli ricchi. In nome della difesa degli investimenti perchè il progresso sembra un concetto – paradossalmente – superato e obsoleto.
Giornalisti e blogger incontreranno Giovedì prossimo a Roma l'economista ed attuale presidente della Foundation on Economic Trends Jeremy Rifkin che presenterà il suo ultimo saggio “La Terza Rivoluzione Industriale” dove sostiene che questa fase avrà il suo picco massimo proprio nel 2050.
Bisognerà forse iniziare a pensare “globale” ed a collaborare non solo per aiutare i Paesi poveri ma anche per creare nella società civile quei posti di lavoro che non si troveranno (e non si trovano) più nel mercato privato come sostiene Rifkin nel suo ultimo libro:
L’industria non è qualcosa che interessa solo agli ingegneri e ai sindacalisti? Il termine «industriale» evoca visioni di lavoratori alienati lungo la catena di montaggio, intenti ad assemblare piccole componenti di un prodotto che si avvicina loro su un nastro trasportatore. Non ci eravamo lasciati alle spalle tutto questo quando abbiamo cominciato a connetterci a Internet e abbiamo reso pubblico il nostro profilo su Facebook? Sì e no.
La Terza rivoluzione industriale è, insieme, l’ultima fase della grande saga industriale e la prima di un’emergente era collaborativa.
Molti dei giovani più brillanti e motivati del pianeta stanno abbandonando l’occupazione tradizionale nel mercato o nella pubblica amministrazione per lavorare in un terziario senza scopo di lucro. La ragione è che la natura distribuita e collaborativa del terzo settore lo rende un’alternativa allettante per una generazione che è cresciuta con Internet ed è attivamente impegnata in ambiti sociali distribuiti e collaborativi. Come i domini collettivi open source, che costituiscono l’ossatura dello spazio virtuale, anche il terzo settore è un dominio di massa nel quale le persone condividono i propri talenti e vivono insieme per la pura gioia della connessione sociale.
E, come per Internet, anche per la società civile l’ipotesi fondante è che offrirsi alla più vasta comunità reticolare massimizza sia il valore del gruppo sia quello del singolo membro.
[AGGIORNAMENTO 25 Ottobre]
- A proposito dell'incontro di Rifkin ho saputo che si terrà Giovedì 26 alle ore 19 circa al Teatro Valle un seminario con l'economista e alcuni rappresentati degli “indignados”. Per chi non fosse presente credo si potrà seguire in streaming.
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