È Stato uno dei due uomini presenti all'Hotel Rigopiano a non essere stato travolto direttamente dalla valanga killer che ha fatto 29 vittime nella struttura alberghiera sul Gran Sasso e il primo a lanciare la richiesta di soccorso. Giampiero Parete però è stato anche l'unico, dopo giorni di attesa, a poter riabbracciare tutta la sua famiglia che era rimasta sotto le macerie ma che è uscita incolume da quella terribile tragedia che ha sconvolto l'Italia. Una fortuna che ancora oggi lo assilla e gli annebbia la mente, spesso impedendogli anche di dormire la notte. "Mi sento in difficoltà con queste cose. Io adesso ne sto parlando ma intanto provo quasi vergogna, anche se ingiustificata. Mi stanno aiutando. Non è facile" ha spiegato il cuoco di Montesilvano intervistato a casa sua dal Corriere della Sera.

"Non dico che mi sento colpevole di essere ancora vivo, ma capisco che ci sono persone che possono chiedersi perché a noi è andata bene e ai loro cari invece no e mi sento in difficoltà" ha chiarito Parete. "Ci sono delle notti che non riesco a dormire, e mi rivedo quel che abbiamo vissuto, come fosse un film. Ma non quei momenti, quando stavo in macchina con Salzetta, dei quali mi viene in mente solo il silenzio. Continuo a pensare a quando stavo in ospedale ed ero convinto che fossero morti tutti" racconta ancora  il superstite di Rigopiano, aggiungendo: "Dicono che mi avevano sedato per farmi stare tranquillo, ma io sentivo ogni cosa, anche con gli occhi chiusi. Mi chiedevo cosa avrei fatto dopo, adesso che ero solo al mondo. Mi sentivo congelato. Ma non per la neve. Avevo il gelo dentro".

"All’inizio non ci pensavamo, gli psicologi ci avevano consigliato di non parlarne neppure tra noi. Nell’ultima settimana invece sta cominciando a venire fuori. Con mia moglie ci siamo seduti a questo tavolo e ne abbiamo discusso per la prima volta" ha rivelato Parete. Ancora oggi però, ad un mese dalla tragedia, per lui è difficile ricordare quanto accaduto. Quando si parla di Rigopiano in tv cambia canale: "Ognuno di noi ha il suo trauma. Ad esempio a me ogni tanto viene la rabbia. Non è che ce l’ho con le persone, con qualcuno in particolare. Non la so spiegare. Vorrei essere utile agli altri del Rigopiano, alle famiglie che soffrono, ma non so come fare e allora mi incarto".

"Dormiamo poco" spiega, aggiungendo: "A volte di notte vado alla finestra e guardo giù, le auto che passano. Penso alle persone che ho conosciuto in quei due giorni e adesso non ci sono più. All’estetista, al maitre che era così gentile, al cameriere che ci aveva portato in stanza la cena per i bambini. Mi vengono in mente i loro volti, le parole che ci siamo scambiati". "Non ce l’ho fatta a partecipare al loro funerale, ma un giorno, quando sarò pronto, vorrei andare con mia moglie sulle loro tombe. Devo farlo. È come se avessi un debito" ha concluso Giampiero Parete.