Dopo le polemiche delle ultime settimane e mentre continuano gli sbarchi di migranti sulle coste italiane, la Commissione Europea si muove e presenta un piano per aiutare l’Italia e ridurre la pressione migratoria sulla rotta del Mediterraneo Centrale. È un breve documento, che sostanzialmente ribadisce quanto già noto, ovvero la necessità di un approccio collegiale alla questione e di un impegno comune a livello europeo, ma contiene anche delle interessanti novità. Il piano viene diffuso dopo la polemica in Parlamento europeo tra Juncker e Tajani, determinata dalla sostanziale indifferenza con cui una plenaria praticamente vuota aveva affrontato la discussione sull’emergenza migranti.

Il primo obiettivo resta quello di ridurre la pressione migratoria sulla rotta del Mediterraneo Centrale. Le risposte della Commissione poggiano prima di tutto su un ampliamento delle capacità dei libici di controllare le frontiere, attraverso l’invio di nuovi equipaggiamenti e l’addestramento della Guardia Costiera libica, ma anche con un nuovo progetto di gestione delle frontiere, organizzato in Libia dall’Italia e finanziato con 46 milioni di euro.

La proposta della Commissione Ue è quella di cambiare alcuni meccanismi riguardanti la Search and Rescue dei migranti nel Mediterraneo. L’Italia è autorizzata a varare un codice di condotta per le ONG che operano la SAR, cui le navi delle organizzazioni umanitarie saranno costrette a conformarsi. Un codice che sarebbe già pronto, secondo La Stampa

Le linee guida più significative prevedono il divieto di avvicinarsi alle acque libiche, la presenza a bordo della polizia giudiziaria, il divieto di comunicare telefonicamente con i trafficanti dei migranti. Riguardo a questi ultimi, al personale a bordo delle navi Ong sarà anche proibito lanciare segnali luminosi o sonori. Tra le norme da rispettare c’è poi l’obbligo a non spegnere il transponder (un dispositivo elettronico che serve per individuare la nave) e quello a non ostacolare il lavoro della guardia costiera libica. Verranno inoltre richieste forme di accreditamento e certificazione, che escludano alla radice ogni sospetto di scarsa trasparenza organizzativa e operativa.

La “European Border and Coast Guard Agency” dovrà esaminare la proposta di riforma delle regole di ingaggio dell’operazione Triton, mentre i Paesi del Nord Africa, in particolare Egitto, Libia e Tunisia, saranno “incoraggiati” a determinare la loro area SAR di competenza: a tal fine l’Italia aiuterà la Libia a determinare la propria area di competenza, con lo scopo di istituire sul territorio libico un centro di controllo delle operazioni (MRCC) pienamente operativo che possa gestire i salvataggi e le operazioni di soccorso della Guardia Costiera libica.

Come preventivato alla vigilia, si cercherà poi di usare il Niger e il Mali come “stati cuscinetto”, con il compito di prevenire un massiccio afflusso di migranti e di fungere da base per “rimpatri volontari” verso le zone di partenza. Parallelamente la UE si impegna a contribuire alla stabilizzazione delle frontiere terrestri della Libia, cercando poi di controllare le aree di transito del Mali, del Burkina Faso e del Niger (per ora c’è uno stanziamento di 50 milioni di euro). Sotto l’egida dell’UNHCR ci sarà poi un nuovo piano di reinsediamento per i migranti, con risorse ancora da determinare.

Sulla questione rimpatri l’Italia dovrà garantire alla Ue la rapidità e l’efficacia dei rimpatri degli “irregolari”, stabilendo subito dopo il rigetto delle richiesto di asilo il percorso di rimpatrio dei migranti.

Per quanto riguarda la relocation dei migranti, la Commissione ribadisce la necessità che gli stati della Ue facciano il loro dovere, accettando le richieste di ricollocazione dell’Italia in maniera rapida. Allo stesso tempo il nostro paese deve centralizzare le procedure della relocation e individuare dei veri e propri centri in cui ospitare i migranti destinati al ricollocamento verso i Paesi della Ue.

C’è poi un intero paragrafo dedicato a ciò che la Commissione Ue si aspetta che l’Italia faccia nel più breve tempo possibile. Potrebbe sembrare un po’ strano, ma per la Commissione l’Italia non sta facendo fino in fondo il proprio dovere. Dunque, pur nel ribadire che la solidarietà al nostro Paese è un atto dovuto da parte degli altri paesi membri dell’Unione Europea, il Governo italiano deve fare fino in fondo la sua parte.

In particolare, l’Italia deve completare e implementare il percorso disegnato dalla legge Minniti

  • aumentando la capacità dei centri hotspot (raddoppiando gli attuali 1600);
  • ampliando la capacità complessiva delle strutture ricettive;
  • autorizzando almeno 3mila posti nei centri di detenzione;
  • assicurando la velocizzazione delle pratiche per esaminare le richieste di asilo;
  • stabilendo delle misure per impedire che i migranti cui è stata respinta la richiesta di asilo facciano perdere le loro tracce;
  • restringendo le possibilità di movimento con i permessi temporanei (in poche parole la Ue chiede all’Italia di non dare documenti di viaggio ai richiedenti asilo).

In sostanza, la Commissione ha accolto le pressioni italiane sulla fase di salvataggio in mare, concedendo un contentino in questa assurda crociata contro le ONG (e no, lo ripetiamo, non si possono impedire gli sbarchi nei nostri porti). Ma ha poi chiesto al nostro Paese uno sforzo ulteriore sul fronte dell'accoglienza e del controllo dei migranti, intimando al Governo di mettere in campo una serie di strumenti, sostanzialmente repressivi, per arginare quei fenomeni che "potrebbero dar fastidio" agli altri Stati europei. È chiaro il riferimento a quel meccanismo elusivo dei controlli che ha permesso nel corso degli anni di alleviare la pressione sul nostro Paese, con i migranti che superavano le frontiere con Francia, Svizzera e Austria per raggiungere le comunità nel Nord Europa.

La domanda è una, a questo punto: cosa succederà al nostro Paese se, implementati e irrigiditi i controlli, il meccanismo di relocation e gli "impegni" dei Paesi extra Ue dovessero, come sempre accaduto finora, restare lettera morta?