È in discussione in questi giorni il decreto Minniti “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città”, che reca le tanto dibattute norme che danno nuovi poteri ai Sindaci e stabiliscono le linee generali delle politiche pubbliche per la promozione della cosiddetta sicurezza integrata. Nel corso dell’esame il Governo aveva presentato un emendamento che introduceva una modifica lungamente attesa: l’introduzione del codice identificativo sulle divise della polizia.

L’emendamento, accolto dalla solita coda polemica, è stato però immediatamente ritirato per “ragioni tecniche”. Il sottosegretario Filippo Bubbico ha spiegato che alla base della decisione vi sarebbero “mere questioni tecniche”, promettendo di reinserire l’emendamento nel testo di legge quando il decreto approderà al Senato.

Va peraltro detto che non si sarebbe trattato neanche di un “codice personale”, dal momento che il numero sulle divise avrebbe permesso solo di risalire al reparto di appartenenza (che può essere composto anche da 40 soggetti) e che sarebbe stato un apposito decreto a stabilire i criteri generali sull’obbligo di utilizzo e sulle modalità generali di applicazione.

Si sarebbe trattato di un primo passo, che avrebbe rappresentato un elemento di civiltà, oltre che di tutela stessa nei confronti degli stessi agenti. Per ora, invece, un nulla di fatto e un ennesimo rinvio, che ormai assume i contorni dell’atto di fede.

“La volontà del Governo è introdurlo e nel proseguo del percorso di conversione del decreto sarà cura dell'Esecutivo agire perché quella norma possa essere inserita in questo provvedimento”, ha spiegato Bubbico in Aula, senza convincere più di tanto. Perché in effetti della questione si discute ormai da anni e in più di una occasione non solo l’opposizione, ma parte della maggioranza ha fatto capire qual è la linea sull’argomento