Dopo mesi di polemiche, annunci e vere e proprie boutade, al Viminale è stato firmato il “Codice di condotta per le ONG” che sono impegnate attività di search and rescue nel Mediterraneo. L’adozione di un codice di condotta era stata sostanzialmente l’unica concessione che il Governo italiano era riuscito a strappare nell’action plan “on Measures to Support Italy, reduce pressure along the Central Mediterranean route and increase solidarity”, il piano con il quale il Consiglio Europeo avrebbe dovuto aiutare il nostro paese a uscire dall’emergenza immigrazione e che, invece, a ben guardare era l’ennesimo schiaffo alle pretese (alcune pienamente legittime) di Minniti e Gentiloni.

Le Autorità italiane e le firmatarie Ong che svolgono attività si ricerca e soccorso, condividono l’esigenza di prevedere una specifica regolamentazione dei complessi interventi di soccorso nel Mar Mediterraneo, anche a salvaguardia della sicurezza dei migranti e degli operatori”, si legge in apertura del documento in cui sono indicati i punti che le organizzazioni si impegnano a rispettare.

Cosa c'è nel codice di condotta per le ONG.

Il primo punto riguarda il divieto di ingresso nelle acque territoriali libiche, salvo che in caso di evidente situazione di pericolo. È una delle questioni più spinose, dal momento che secondo “l’accusa” uno dei problemi sarebbe rappresentato dall’eccessiva vicinanza alla costa libica dell’area in cui agiscono le imbarcazioni delle ONG, cosa che si tradurrebbe in un pull factor, ovvero un incentivo ai trafficanti e un fattore di “attrazione” per i migranti, certi di essere recuperati pochi chilometri dopo la loro partenza. Il punto, come spiega ASGI, è che l’Italia non ha giurisdizione sulle acque territoriali libiche e non ha dunque alcun titolo per “disciplinare la navigazione di imbarcazioni in questa porzione di mare”. E ancora

“Né i trattati internazionali in materia né la prassi internazionale indicano in alcun modo l’esistenza di una competenza normativa dello Stato del porto relativamente alla navigazione di navi che abbiano svolto attività di ricerca e soccorso in alto mare e richiedano l’accesso al porto. Indipendentemente dal loro contenuto, la sola approvazione di disposizioni volte a regolamentare la condotta di navi straniere in aree non sottoposte alla giurisdizione italiana costituirebbe una violazione del diritto internazionale e una lesione dei diritti dello Stato costiero o della bandiera”.

Peraltro, come ricostruito da ValigiaBlu, sono pochissimi i casi documentati di intervento delle ONG in acque territoriali libiche.

Il secondo punto è l’obbligo di non spegnere i trasponder di bordo, il terzo quello di non effettuare comunicazioni telefoniche o segnalazioni luminose per agevolare la partenza e l’imbarco di natanti di migranti: entrambe le richieste sorgono da una accusa sostanzialmente mai provata, quella del legame fra trafficanti e ONG. È anche per questa ragione che alcune organizzazioni si sono dette indisponibili ad accettare richieste di questo tipo.

Il punto più controverso è probabilmente il quarto, ovvero l’obbligo di non effettuare trasbordi su altre navi, italiane o appartenenti a dispositivi internazionali. Da quanto abbiamo appreso, sul punto c’è stata una complessa trattativa, che ha permesso di contemplare l’eccezione legata a “conclamate operazioni di emergenza”. La richiesta, in realtà, nasce da una lunga serie di “malumori” e preoccupazioni di Marina e Guardia Costiera italiana. Spesso, infatti, le operazioni di trasbordo dei migranti risultano molto complicate e pericolose, anche a causa, lamentano i nostri militari, della poca esperienza di chi opera sulle ONG. Ora si chiederà alle ONG di completare il salvataggio, portando i migranti nel porto sicuro, ampliandone dunque il raggio di azione e limitando di fatto la vera e propria attività di ricerca delle imbarcazioni.

Come quinto punto si aggiunge l’obbligo di “non ostacolare le operazioni di search & rescue della Guardia Costiera libica”. La linea del Governo italiano è quella di lasciare che siano le autorità libiche ad agire nel territorio di loro competenza, a soccorrere i migranti e, dunque, a riportarli sulla costa. È una richiesta piuttosto singolare, a dire il vero, perché presuppone che in passato alcune ONG abbiano ostacolato l’attività dei libici. Tesi mai provata e senza alcun riscontro ufficiale. Ma soprattutto perché pone le stesse ONG di fronte a una questione centrale: si può accettare che i migranti siano riportati in Libia, porto non sicuro e paese di cui è lecito dubitare l’operato in tema di rispetto dei diritti umani? Peraltro, negli statuti di alcune di esse, c'è il divieto di collaborare con le forze armate in qualsiasi parte del mondo.

Sesto punto, la vexata quaestio degli ufficiali di polizia giudiziaria a bordo delle ONG. Il codice chiede di consentire “l’accesso a bordo dei propri assetti navali, del personale di polizia che svolgerà le preliminari attività conoscitive e di indagine, anche a seguito di specifiche indicazioni da parte dell’Autorità Giudiziaria”. Nei mesi passati sul tema c’era stata una vera e propria campagna del MoVimento 5 Stelle, poi sposata anche dal centrodestra e ora, in parte, anche da Minniti. Il problema è che, ora come allora, sono pochi gli appigli “legislativi” per un provvedimento di questo tipo. Perché in acque internazionali le navi rispondono allo Stato di cui battono bandiera e gli agenti di polizia giudiziaria italiana non hanno alcuna giurisdizione. Si legge all’articolo 92 della “United Nations Convention on the Law of the Sea": “Ships shall sail under the flag of one State only and, save in exceptional cases expressly provided for in international treaties or in this Convention, shall be subject to its exclusive jurisdiction on the high seas”. L’eccezione individuata è il traffico di esseri umani ma, in tal caso, Marina e Guardia Costiera hanno già compiti di polizia giudiziaria. La previsione di “polizia giudiziaria a bordo”, anche se solo per il tempo strettamente necessario e previo consenso del comandante della nave della ONG, resta idea molto discutibile. Peraltro, pare, che siano state rigettate le proposte "conciliative" di alcune ONG, che chiedevano che il personale a bordo non fosse armato o che almeno consegnasse le armi al capitano della nave. Anche per questo Msf ha scelto di non firmare.

Settimo punto: “Obbligo di dichiarare, coerentemente ai principi di trasparenza, le fonti di finanziamento dell’attività di soccorso in mare”. Nulla quaestio, anche se vale la pena di sottolineare che le ONG già aderiscono a forme di autoregolamentazione e applicano meccanismi di trasparenza (qui qualche esempio).

Ottavo punto: “Obbligo di comunicazione dell’avvistamento e del successivo intervento in corso ai centri di coordinamento (Maritime Rescue Coordination Center o Mrcc) del proprio Stato di bandiera affinché lo stesso sia informato dell’attività in cui è impegnata l’imbarcazione e possa assumersene la responsabilità anche ai fini della maritime security”.

Nono punto: “Obbligo di possesso della certificazione attestante l’idoneità tecnica alle attività di soccorso […]”. È la volontà di evitare che alla Car prendano parte delle vere e proprie carrette del mare, una richiesta accettata senza problemi dalle ONG

Decimo punto: “Obbligo di leale collaborazione con l’Autorità di Pubblica Sicurezza del luogo di sbarco dei migranti”.

Undicesimo punto: “Obbligo di trasmettere tutte le informazioni di interesse info-investigativo alle Autorità di Polizia italiane con contestuale consegna, di iniziativa e su richiesta, di ogni oggetto potenzialmente idoneo a costituire prova o evidenza di fatto illecito”.

Come spiega Nino Sergi su Vita, la ratio di queste ultime richieste è piuttosto oscura: “Sembra proprio che l'insieme rispecchi quanto da un lato è già nei poteri delle pubbliche Amministrazioni e quanto, dall’altro, le Ong stanno già normalmente facendo nel rispetto della legge del mare e delle convenzioni internazionali, in stretto coordinamento con la Guardia costiera italiana, fornendo le informazioni richieste e seguendone le disposizioni operative ricevute per ciascun salvataggio”.

Viminale: "Conseguenze per Ong". Msf non firma. E fa bene.

Cosa accade alle ONG che non rispettano i patti? Si legge nel documento: "La mancata sottoscrizione del presente codice di condotta (o il mancato rispetto degli obblighi in esso previsti), potrà comportare il diniego da parte dello Stato italiano dell’autorizzazione all’ingresso nei porti nazionali, fermo restando il rispetto delle convenzioni internazionali vigenti". Al termine dell'incontro, inoltre, dal Viminale hanno ribadito che tutte quelle organizzazioni che non hanno firmato il Codice di condotta subiranno delle conseguenze.  "L'aver rifiutato l'accettazione e la firma del Codice di condotta pone quelle organizzazioni non governative fuori dal sistema organizzato per il salvataggio in mare, con tutte le conseguenze del caso concreto che potranno determinarsi a partire dalla sicurezza delle imbarcazioni stesse" hanno spiegato dal Ministero dell'Interno.

Anche questa previsione, però, appare niente di più di una formula retorica, utile per qualche lancio di agenzia o intervista televisiva. Perché, in sintesi

Vale la pena di ricordare che “sbarrare l’accesso ai porti” a una nave con a bordo naufraghi (prima ancora che profughi) è pratica vietata dai Trattati internazionali e dal diritto del mare. Ricordiamo anche, se ancora ce ne fosse bisogno, che per il principio di non refoulement non possiamo respingere le navi dei migranti verso la Libia. E ricordiamo, infine, che le operazioni in mare aperto delle ONG sono coordinate dal MRCC di Roma, sotto il diretto controllo della Guardia Costiera Italiana.

Se chiudere i porti era poco più di una boutade, l'idea di farlo alle soli navi ONG che non rispettano un "codice" senza alcun valore "legale" appare allo stesso modo velleitaria.

Un manifesto vuoto, insomma, che alcune ONG hanno scelto di non firmare. E con buona ragione, a parere di chi scrive. Non prestarsi a operazioni di propaganda, quando c'è in ballo la vita di decina di migliaia di esseri umani, è proprio il minimo, soprattutto se in questi mesi ti sei fatto carico di un compito che spetterebbe agli stati, all'Europa. Quello che il codice rappresenta, in fondo, è proprio questo: il capovolgimento della realtà, con chi salva vite che diventa un potenziale criminale da guardare con sospetto, con le operazioni di salvataggio che devono essere in qualche modo arginate, mentre ci si affida a chi negli anni ha dimostrato di fregarsene dei diritti umani, delle vite annegate nel Mediterraneo.

Affidarsi ai libici è, dovrebbe essere, ancora un problema, nonostante ciò che pensano Minniti e Gentiloni. Spiega Amnesty

La Libia rimane un paese estremamente insicuro per i migranti e i rifugiati, che vengono regolarmente uccisi, rapiti a scopo di riscatto, ridotti in schiavitù, costretti ai lavori forzati e sottoposti a stupri e altre violazioni dei diritti umani. In Libia non esiste alcun sistema d’asilo per chi ha necessità di protezione e l’ingresso e la permanenza irregolare sono considerati reati per i quali automaticamente è previsto il carcere, motivo per cui migliaia di persone si trovano nei centri di detenzione.