“Scrivo di Steve Jobs con la biro in pugno, attraverso uno stato di semi-sofferenza. Neppure la marmellata di albicocche è riuscita a tirarmi su il morale, stamattina.”
Partiamo da una considerazione aprioristica e, in verità, molto ovvia: Steve Jobs non era un uomo qualunque.
Piuttosto, era un atto d’amore nei confronti dell’intelligenza umana, un interprete puro della nostra generazione; la prima, vera, rock star dell’industria high tech.
Steve Jobs è stato “così cerebrale” da determinare, per esplosioni e implosioni del suo genio, un vero e proprio andamento ciclico delle nostre vite.
Pensateci bene. Un’opera di conoscenza come la sua, tradotta nelle infinite possibilità espressive di invenzione, è stata capace di strapparci via dalle paludi periodiche della storia, rendendoci testimoni (e spettatori) di questo grande processo creativo.
iPhone, iPad, iMac ed iPod sono stati soltanto degli espedienti per mezzo dei quali ha potuto realizzare la propria rivoluzione.
Così, il campo magnetico prodotto dalla sua prematura scomparsa, ha determinato un cortocircuito tale da non avere uguali, dal punto di vista delle emozioni e della conoscenza. E’ come se, d’un tratto, un padre avesse abbandonato i suoi figli. Un padre da cui abbiamo preteso sempre, e in ogni momento, un cambiamento anche piccolo ma significativo nello svolgimento ordinario delle nostre esistenze.
Un cambiamento che è sempre arrivato.
“Mi butto ancora un po’ sul letto, rigirando il foglio tra i palmi delle mani. Ho in mente una frase di Frank Matano (lamentecontorta), letta sul web: «Me l’immagino già Leonardo Da Vinci e Steve Jobs che si prendono in giro! E magari Massimo Troisi che spiega ad entrambi la scopa.»
Buona vita, my favourite Jobs.”
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