in foto: "Amore e psiche", metafora della lingua greca che abbraccia il mondo latino

Se dovessimo comparare le lingue classiche scorgeremmo a maggior ragione la loro essenza, non a caso un esercizio fondamentale, sopratutto nei licei classici di una volta, consisteva nel tradurre dal latino al greco e viceversa, mettendo per un attimo da parte la lingua italiana. E questo esercizio, seppur spesso causa di panico fra gli studenti, a livello filologico e puramente linguistico, ti metteva in connessione, nella maniera più efficace possibile, con il vivo sintattico e morfologico di entrambe le lingue. Immaginiamo ora una sorta di comparazione fra le due lingue, che vada oltre il mero esercizio di traduzione, così caro ai classicisti che grazie al rigore della disciplina si arrovellano piacevolmente nello svolgimento della resa letterale di un testo, sciogliendo i loro rebus. Ma se invece ci approcciassimo ad un confronto anche dal punto di vista stilistico e storiografico fra le due lingue? Ci si aprirà un mondo. Ecco alcune delle differenze sostanziali su cui vale la pena riflettere.

Il greco è la lingua della logica, il latino è la lingua della sfumatura.

Il logos è insito nel greco, la lingua razionale per eccellenza, come molte altre lingue indoeuropee, è una lingua flessiva. È fortemente arcaica nella conservazione delle forme dell'indoeuropeo. Il primo esempio che viene alla mente come tratto distintivo è la presenza dei tre numeri – singolare, duale e plurale –  questo ci fa pensare a quanto i greci amassero l'esattezza, precisando il numero duale, cioé di coloro che vanno in coppia, e chissà se questa peculiarità non derivi dall'epos omerico, o ancor prima dalle storie degli aedi, in cui coppie intramontabili come Achille e Patroco, Ettore e Andromaca, non siano poi rimaste impresse nell'immaginario collettivo tanto da formalizzarsi in una vera e propria struttura linguistica espressa nel duale. Ma questa è solo una supposizione. Quel che è certo è che si tratta di una lingua esatta e più essenziale rispetto al latino, basti pensare come attorno al solo caso dativo orbiti un gran numero di complementi, articolati con preposizioni ad hoc. Inoltre anche la forma medio-passiva ci riconduce ad una dimensione di esattezza estrema nell'uso dei verbi, poiché per i greci un conto è compiere un'azione, un altro è compiere un'azione per se stessi, sfumatura che non va confusa con i soliti verbi riflessivi anche latini.

Nelle lingua greca il concetto del tempo è straordinario.

L'universo verbale è forse l'ambito in cui più si riscontrano differenze fra le due lingue classiche. In greco è fondamentale l'aspetto del verbo, cioé "come" avviene l'azione, in latino, meno logico e ricco di sfumature, l'accento viene posto sul tempo del verbo, quindi su "quando" avviene. Motivo per cui in latino la consecutio temporum è ferrea, mentre in greco no e l'aoristo ne è l'esempio emblematico: un tempo verbale, che già dal nome, derivato dall'aggettivo "aoristos", indica semplicemente che inizia a svolgersi un'azione, senza una connotazione temporale ben precisa, senza indicare esattamente il quando. L'aoristo è un paradosso, un tempo "aoristos", appunto, indefinito, un tempo senza tempo, che si traduce adattandolo di volta in volta al contesto del periodo. A conferma del suo valore indeterminato, il suo uso proverbiale, appunto l'aoristo gnomico, perché i proverbi e le massime si collocano al di fuori del tempo, hanno validità universale.

La matematica nel cuore della lingua e i rebus da sciogliere.

Inoltre a riprova che il greco sia la lingua della logica consideriamo apofonie e classi verbali, sono elementi quasi algebrici, è quasi come avere un approccio matematico, non si possono saltare passaggi per la ricostruzione dei paradigmi, più che nel latino, che un po' per maggiore analogia grafica a livello di alfabeto, un po' per analogia fonetica, ci risulta più familiare. Ma guai a farsi ingannare dalle apparenze, il latino è una lingua che richiede maggior sforzo cognitivo da parte di chi la studia. Lo è sopratutto quella in prosa, che è linguisticamente più dispersiva, carica di sfumature, ne è di esempio l'oratoria ciceroniana, dove in virtù dell'ars retotica, la lingua diviene un intricato susseguirsi di principali e subordinate. Ecco perché la prosa ciceroniana è considerata spesso un vero e proprio rebus.

Il greco è la lingua della filosofia, il latino è la lingua dell'oratoria.

La razionalità del greco si è prestata bene alla filosofia, basti pensare a Socrate e Platone, e citandoli parliamo delle origini del pensiero. I dialoghi platonici costituiscono una vera e propria forma di comunicazione. Infatti, mentre della dialettica socratica possiamo affermare che si tratta di un metodo della ricerca filosofica, della forma scritta che la dialettica assume non si può sostenere lo stesso, perché è da Platone in poi che si inizia a scrivere. Nei dialoghi platonici si comincia a plasmare lo stile, e la lingua greca sembra essere perfetta per la ricerca filosofoca e il ragionamento. Se dovessimo però ulteriormente differenziare le lingue classiche lasceremmo invece al latino il primato dell'oratoria, e con questo niente equivoci, bisogna infatti porre attenzione, non dimenticando uno dei due maggiori filoni dell'oratoria latina, quello "atticista", che affonda radici nell'oratoria attica greca, ma poi è come se i latini l'ars oratoria l'avessero collaudata ulteriormente.

La civiltà greca è inevitabilmente alle origini di tutto.

Per parlare di epos, bisogna passare da Omero, dall'Iliade e dall'Odissea, solo attraverso questo enorme bagaglio arriveremo alla fondazione di Roma e all'Eneide virgiliana. Il divario cronologico fra le due civiltà è notevole, basti pensare che mentre la cilviltà greca si andava ellenizzando, l'impero romano era ai suoi esordi. Con la morte di Alessandro Magno e la conquista da parte di Cleopatra del Regno tolemaico d'Egitto, con la battaglia di Azio del 31 a.C., l'Oriente cadrà definitivamente nell'orbita romana occidentale. L'epos, la storia, le strutture linguistiche, la filosofia e la retorica vengono dai greci, inutile specificarlo, ma i latini ne faranno buon uso. Durante l'età repubblicana e augustea di fondamentale importanza è il ruolo delle biblioteche, con la crisi della res publica, la cultura vuole emanciparsi dall'attività politico-statale. Ad incarnare perfettamente questo scenario culturale sarà Cicerone che comprende sempre più come la formazione dell'uomo politico debba essere ‘completa' di cultura e retorica, e non si possa prescidere mai dalla cultura greca. Cicerone è un idealista del passato ma al tempo stesso un innovatore perché sarà il primo a capire che la sapienza deve accostarsi all'usus, cioé alla pratica. E quando diciamo che, mentre il greco è la lingua della logica e della filosofia, il latino lo è della retorica, sarà proprio Cicerone ad insegnarcelo, ponendola al di sopra di tutte le altre discipline che devono ad essa subordinarsi. Ma la retorica è un'arma pericolosa, perché l'arte della persuasione nel mondo latino sarà sempre un'arma politica che molti si auspicavano restasse nelle mani di pochi. Ci auguriamo invece che oggi la cultura classica, non solo non si limiti a puro sfoggio retorico né sia destinata a pochi eletti, ma possa invece costituire patrimonio universale dell'umanità.