Il 4 dicembre tra il 70 e l’80 per cento dei giovani italiani – secondo le stime dei maggiori istituti di analisi e sondaggi – ha votato No al referendum sulla riforma costituzionale. Un voto che, si è capito, è stato più un messaggio contro il governo di Matteo Renzi che un giudizio sulla riforma stessa ed i suoi interventi. Una posizione che, come si diceva, ha raggiunto percentuali bulgare fra i giovani e il sud Italia.

Un voto del genere all’estero avrebbe causato orrore, preoccupazione, autocritica. Non ci vuole chissà quale sociologo per capire che i giovani sono stufi di soffrire la disoccupazione più alta d’Europa, i contratti precari, i salari più bassi dei paesi industrializzati, il mobbing istituzionalizzato e la sottoccupazione, e cioè svolgere lavori al di sotto delle proprie aspettative ma soprattutto delle proprie qualifiche, capacità, titoli di studio.

Questo si è capito. Si era capito, a patto di avere gli occhi e le orecchie, anche prima del voto. Ma siamo in Italia. Qui può votare in un modo anche il 99% degli elettori e non cambia mai nulla. Almeno, questa è la percezione dei giovani, cresciuti con Berlusconi o col governo Prodi, dopo l’entrata nell’Euro. Loro che non hanno mai conosciuto il boom economico, ma solo un paese fatto di burocrazia e tasse da pagare che non aiuta e a cui non frega nulla se sei bravo, hai studiato e hai voglia di lavorare.

E dunque, fra i ministri del “nuovo governo”, il Renzi bis o Renziloni, riecco al ministero del lavoro ancora Giuliano Poletti. Il fautore delle politiche del lavoro di Matteo Renzi, lui che ha allungato i contratti a tempo fino a 3 anni, lui che ha liberalizzato i voucher che servivano a pagare in nero i contadini. Lui che ha fatto il Jobs Act, la riforma che non ha creato un posto di lavoro, ma che in compenso ha portato la flessibilità per le aziende che non era riuscita a Berlusconi.

È incredibile, ogni volta, constatare quanto a questo governo dei giovani non freghi assolutamente nulla – il governo più giovane che il paese avesse mai avuto. E va bene che si tratta di un governo temporaneo in attesa di nuove elezioni, e va bene che bisogna calmare i mercati, l’Unione Europea, la BCE e pure il Financial Times. Ma una settimana dopo il voto in cui 4 milioni e mezzo di giovani italiani ha votato contro questo governo, rimettere nello stesso posto il fautore delle fallimentari politiche sul lavoro degli ultimi tre anni è davvero un boccone amaro da mandare giù.

Giuliano Poletti ha 65 anni ed ha iniziato la sua carriera politica nel lontano 1976 come assessore comunale ad Imola. Ha costruito poi la sua carriera nel mondo delle cooperative, e dal 2002 ha ricoperto la carica di presidente di Legacoop nazionale. Visto come un uomo vicino alla società civile e al mondo del lavoro, è stato salutato come il ministro che per Matteo Renzi avrebbe riformato i contratti e gli ammortizzatori sociali nel segno del nuovo millennio.

Tre anni dopo possiamo dire che le riforme create da Giuliano Poletti non hanno cambiato un bel niente per i giovani italiani. Il boom di contratti indeterminati registrato nel 2015, infatti, non ha avuto nulla a che fare col Jobs Act, ma con gli sgravi fiscali alle aziende sui nuovi assunti. Nel 2016 quel boom purtroppo si è concluso, con un calo del 33% delle assunzioni nei primi 8 mesi del 2016 rispetto allo stesso periodo del 2015. Mentre i voucher, la nuova forma precarissima di lavoro inventata da Matteo Renzi sono cresciuti del 74% nel 2015 e del 36% nel 2016.

I voucher ormai vanno proprio a ruba nei tabacchini d’Italia, che espongono addirittura cartelli per dire: “Pagate il lavoro coi ticket qui!”. Già, perché Giuliano Poletti, così come Matteo Renzi, verrà ricordato soprattutto per avere riformato i voucher, dei ticket che erano stati creati inizialmente per permettere ai contadini di pagare i proprio parenti che lavorano nei campi senza doverlo fare in nero. Su 10 euro di valore di un voucher, 7.50 vanno al lavoratore e 2.50 allo stato e si è tutti contenti. Ora però i giovani precari vengono pagati con questi ticket perfino dalle pubbliche amministrazioni.

Una maniera di lavorare che, alla fine, ha creato un espediente troppo comodo per mascherare il lavoro nero. Già, perché se ti pago in nero, poi se arrivano i controlli tiro fuori il voucher e passa la paura. Alle critiche il ministro rispose duro: “Io i voucher non li cancello”. E se non basta questa subdola forma di ricatto contrattuale, c’è sempre il caporalato digitale. In cui non si viene sfruttati sui campi, ma nei servizi di app e aziende che operano su internet. Come i fattorini, i call center, i facchini, migliaia di giovani che lavorano per due lire e per cui il governo non ha fatto nulla.

Giuliano Poletti è anche l’autore del decreto lavoro del 2014, approvato in maniera simbolica proprio il 1 maggio di quell’anno. Quel decreto avrebbe dovuto inaugurare una nuova stagione del lavoro per i giovani. Allungando i contratti a tempo – che costituiscono circa il 70% dei nuovi avviamenti lavorativi e sono sempre in crescita – alla durata di tre anni. Mentre si accantonavano gli apprendistati. Una legge che provocò grandi critiche per questa scelta, dato che a botte di tre anni un giovane può tranquillamente arrivare a 40 anni ancora precario.

E ricordate la volta che, sempre Poletti, riportò i dati sull’occupazione che poi si scoprirono falsi? Si parlava dei primi sei mesi del 2015, e il ministro parlò di 434mila nuovi posti di lavoro a fronte del dato vero di 130mila. Una differenza di 300mila dovuta a un: “errore umano”, come disse il ministro scusandosi. E che dire della infinita diatriba fra i dati sull’occupazione fra Inps e Istat? Ogni mese, ogni trimestre, ogni semestre, il governo doveva ricordarci quanti di più fossero i posti di lavoro di quel rapporto negativo uscito poco prima.

I risultati sul lavoro per i giovani di Giuliano Poletti e di Matteo Renzi sono un perfetto esempio di come, anche a fronte di ingenti fondi stanziati, a fronte di numerosi interventi, si può ottenere un bel nulla se si fanno le cose a casaccio e senza ascoltare le parti sociali. Su tutti, il grande fallimento del progetto Garanzia Giovani. “Se anche il 10% dei giovani dopo uno stage o un apprendistato venisse poi assunto sarei già molto soddisfatto”, diceva Poletti a pochi mesi dall’avvio del programma.

Ma a fronte di un miliardo e mezzo stanziato dall’UE per l’Italia quel programma ha partorito un topolino di qualche migliaio di giovani assunti, magari a tempo, magari per sei mesi. Soprattutto tirocini, che sono stati in Italia ben il 61% delle offerte di lavoro nel programma, come riporta l’ultimo rapporto della Commissione Europea. Un’anomalia che non si trova in nessun altro paese dell’UE.

Come potremo dimenticare, poi, dei meravigliosi tre anni del ministero Poletti, il Jobs Act? La riforma che ha cambiato il paese all’insegna della flessibilità, cancellando l’articolo 18 e assieme ad esso le tutele per cui erano serviti decenni di attività sindacale. Prima del Jobs Act la disoccupazione giovanile era quasi al 40%. Dopo il Jobs Act la disoccupazione giovanile è ancora quasi al 40%. In compenso, la maggior parte dei nuovi avviamenti lavorativi è andata agli over 50: fra i dati più recenti nel 2016 secondo l’Istat si sono registrati più 376mila occupati fra questa fascia di età, a fronte di un calo di 126mila unità fra i 35-49enni e un calo di 97mila fra i 25-34enni.

Fra le altre opere notevoli del ministero del lavoro secondo Poletti c’è anche da ricordare la famosa “abolizione della precarietà”. Ricordate? “200mila contratti a progetto passeranno tempo indeterminato”, diceva Matteo Renzi nel 2015, dopo i decreti attuativi del Jobs Act. Si cercava di sbandierare l’abolizione dei co.co.pro, dei co.co.co (già precedentemente cancellati) e del Job Sharing come un intervento sistemico sulla precarietà del lavoro giovane. “Misure emergenziali per dare una scossa al sistema”, diceva Filippo Taddei. Alla fine, il boom dei voucher però si è mangiato tutto, i co.co.pro, gli indeterminati, pure l’abolizione della precarietà.

La somma del lavoro per i giovani secondo Giuliano Poletti, insomma, dopo tre anni di governo, è deludente. Ma dal governo non è arrivata un’autocritica in questi giorni, neanche dopo che la quasi totalità dei giovani del paese ha votato contro di loro al referendum. Con un messaggio che doveva essere chiaro: avete sbagliato tutto. E invece al governo Renzi – o da quello Renziloni – non hanno capito nulla. O più semplicemente non gli interessa. Perché tanto i giovani in Italia non contano nulla. E allora, bentornato Giuliano Poletti, nuovo ministro del lavoro.