L'Istituto per l'Economia e la Pace (IEP), organizzazione dedicata a promuovere una migliore comprensione dei fattori sociali ed economici che contribuiscono allo sviluppo di una società più pacifica, ha appena pubblicato l'indice 2012 riguardante le condizioni di pace globale. La situazione generale, stando ai dati, sembra in lieve miglioramento, tanto che – dopo due anni in cui si era evidenziata una netta escalation di violenza – lo status del pianeta Terra in termini di pace sembra molto vicino ai livelli del 2007. La tendenza, nell'ultimo anno, è stata quella dell'abbandono dei conflitti militari in favore di investimenti per lo sviluppo economico interno al paese. Si tratta probabilmente di un effetto collaterale della crisi. La situazione economica globale costringe i vari governi nazionali a tenere il focus all'interno dei propri confini anziché dirigere l'attenzione verso l'esterno. D'altronde, esportare democrazia di stampo liberal-capitalista quando non se ne possiede in avanzo e soprattutto quando – nel proprio paese – la si vede collassare miseramente, sarebbe quanto meno azzardato; eppure ciò non offre certo la sicurezza che, nel prossimo futuro, non si assista al riproporsi di fenomeni simili. Per il momento, comunque, lo IEP registra un trend generalmente positivo. Tra le varie novità – più o meno liete – l'indice globale evidenzia oltre a diverse conferme, prima tra tutte quella dell'Islanda, in cima alla lista dei paesi più pacifici del globo, seguita da Danimarca e Nuova Zelanda,  la netta ripresa dello Sri Lanka seguito da Zimbabwe, Buthan, Guyana e Filippine; tra i paesi in caduta libera quanto a condizioni di pace c'è, invece, buona parte dell'area mediorientale, con la Siria alla guida del quintetto in cui vediamo Egitto, Tunisia, Oman e Malawi.

158 le nazioni osservate e sottoposte ad analisi, una dozzina i paesi di cui ancora non è ancora possibile offrire una fotografia. Al momento, le ultime dieci posizioni sono occupate da: Pakistan (149), Palestina-Israele (150), Repubblica Centro-Africana (151), Corea del Nord (152), Russia (153), Repubblica Democratica del Congo (154), Iraq (155), Sudan (156), Afghanistan (157), Somalia (158). Nulla di straordinariamente diverso rispetto al 2007 quando – pur con quasi cinquanta nazioni non censite – gli ultimi tre paesi dell'indice risultavano essere Palestina-Israele, Sudan e Iraq; nel 2008  fa il suo ingresso al penultimo posto la Somalia che – da allora – non ha mai migliorato di molto la sua posizione; nel 2009 il penultimo posto tocca all'Afghanistan, all'ultimo resta saldo l'Iraq, la Somalia passa al terzultimo. La situazione resta pressoché immutata fino ad oggi, così come di poco si modifica il top della classifica in cui – nelle prime dieci posizioni – troviamo: Islanda (1), Nuova Zelanda e Danimarca (2-3), Canada (4), Giappone (5), Austria e Irlanda (6-7), Slovenia (8), Finlandia (9), Svizzera (10). L'unico, gigantesco cambiamento nello scenario "alto" della classifica riguarda la Norvegia che – rispetto al 2007 e dopo i fatti di Utoya – crolla dal primo al diciottesimo posto. Eppure, osservando l'indice, la progressiva crescita della violenza – seppur molto marginale rispetto alle zone più calde del mondo – si evidenziava già negli anni precedenti al massacro. Nel 2011, prima di Utoya, la Norvegia era già stata "declassata" al nono posto. In qualche modo, insomma, i campanelli d'allarme rispetto a un peggioramento della situazione rispetto all'idillio del 2007 erano già evidenti.

Per quanto riguarda l'Italia, la situazione migliora rispetto al 2011 ma resta problematica se confrontata con il 2007 e ancor di più con il 2008. Infatti, se fino a cinque anni fa il Bel Paese occupava la trentaduesima posizione (seguito a ruota dalla Francia), nel 2008 l'Italia riesce a portarsi al ventiseiesimo posto. Ma, soltanto un anno dopo – nel 2009 – il paese precipita al trentacinquesimo posto, peggiorando ulteriormente nel 2010 – trentanovesimo posto – e toccando il picco di negatività lo scorso anno arrivando al quarantacinquesimo posto , ovvero a pochi passi da paesi come il Burkina Faso e la Sierra Leone. Quest'anno lo IEP assegna all'Italia il trentottesimo posto, decisamente distante da paesi come la Germania (stabile intorno al quindicesimo posto), il Portogallo (sedicesimo) o il Belgio (undicesimo) ma molto vicino ad altri paesi d'Europa come la Francia (quarantesimo) e la Bulgaria (trentanovesimo).

Gli indicatori (in tutto 23) in base ai quali viene redatta la classifica non si riferiscono solo ai conflitti militari in senso stretto ma, genericamente, alla propensione alla violenza. I parametri di valutazione vanno dalla "Criminalità percepita all'interno della società" (parametro rispetto al quale l'Italia realizza il suo peggior punteggio), all'Esportazione di armamenti, ai Crimini violenti, alla Percentuale di popolazione incarcerata, alle Manifestazioni violente, agli Atti di terrorismo politico fino ad arrivare alle Relazioni con i paesi vicini, quest'ultimo strettamente connesso con il rispetto dei diritti umani, specie nella gestione dei flussi migratori. La "Pace", insomma, non viene guardata solo da un punto di vista macropolitico, ovvero all'interno di un quadro internazionale che coinvolge due o più soggetti, ma anche e soprattutto a livello micro, vale a dire osservando ogni fenomeno violento, senza soffermarsi ad analizzarne le ragioni o le cause scatenanti ma – semplicemente – prendendo atto e registrando dati ed eventi. Lo scopo dello IEP non è quello di "spiegare" ma di realizzare un'istantanea globale, restituendo la fotografia di un'umanità in costante mutamento.