Le strutture sanitarie di proprietà di enti religiosi si rifiuteranno di assistere, nel caso passi la legge, pazienti che scelgano il rifiuto all’alimentazione ed alla nutrizione firmando il proprio biotestamento. È quanto afferma padre Virginio Bebber, presidente dell’Aris, associazione che riunisce le istituzioni sanitarie cattoliche, ribadendo che, sulla materia, più che la legge dello Stato per lo conta l’insegnamento della Chiesa in “piena adesione ai principi ispirati da Papa Francesco” anche nella recente Carta degli Operatori Sanitari, in cui viene chiarito che “idratazione e alimentazione artificiali sono da somministrare al malato quando non risultino troppo gravose o di alcun beneficio.”

Le strutture sanitarie cattoliche, dunque, rifiuteranno il ricovero di ammalati che abbiano firmato una dichiarazione anticipata in cui sia prevista l’eventuale interruzione della somministrazione di acqua e cibo. Alternativamente, sarà richiesto il trasferito del malato in altra struttura, valutando comunque caso per caso. “Le istituzioni non possono obbligare i medici a togliere acqua e cibo ai pazienti, l’obiezione di coscienza non si tocca” spiega un portavoce dell’Aris.

Si riapre, così, il dibattito relativo alla legge sul fine vita, attualmente in discussione in Parlamento e che è tornata al centro del dibattito dopo la morte in Svizzera di Dj Fabo e l’annuncio dei Radicali e dell’Associazione Luca Coscioni che chi vorrà andare a morire grazie all’eutanasia fuori il nostro Paese sarà aiutato a farlo. Lo scorso 5 aprile la Camera dei Deputati ha approvato a larga maggioranza un emendamento alla legge che consentirà ad ogni paziente maggiorenne e capace di intendere e di volere di interrompere in qualsiasi momento i trattamenti sanitari, nutrizione ed idratazione artificiale compresi.

Tuttavia, rifiutare acqua e cibo ai pazienti continuerà ad essere considerato dagli istituti religiosi “un atto di eutanasia” non accettabile. Padre Bebber ritiene che la legge dovrebbe comunque prevedere la possibilità di una obiezione di coscienza, secondo un meccanismo simile a quello previsto nella legge sull’aborto. “Rivendichiamo per le nostre strutture e per i sanitari che vi operano, sulla base di una loro libera opzione di coscienza, l’impegno di applicare rigorosamente la legge in approvazione sulle Dat salvo la facoltà di non assumerci la responsabilità di assistere pazienti la cui dichiarazione anticipata di trattamento faccia presumere un conflitto difficilmente sanabile con il nostro fermo orientamento etico”.

Sul tema l’Aris non è disposta ad arretrare di un millimetro in quanto nutrizione ed idratazione non possono essere “totalmente ascritte alla determinazione del paziente e rese indisponibili” alla responsabilità del medico chiamato “in tempo reale al letto del paziente a valutare, in scienza e coscienza, il concreto sviluppo di una condizione clinica che nessuna ‘dichiarazione anticipata’ è in grado di presumere”. Il parere del medico, secondo l’associazione dovrà essere in ogni caso preponderante rispetto alla volontà del paziente.

D’accordo con l’Aris anche l’Associazione dei Medici Cattolici Italiani. Il presidente nazionale Filippo Maria Boscia spiega che “è improponibile che una legge sul fine vita non contempli l’obiezione di coscienza, diritto di rango costituzionale, riconosciuto del resto dal legislatore in altre leggi ed espressione alta della manifestazione pubblica della libertà morale e civile del medico”. Ancora più dura la posizione del Movimento per la Vita: “Togliere idratazione e nutrizione nei casi in cui esse siano somministrate in modo appropriato e proporzionato – dichiara il presidente, il parlamentare di Democrazia Solidale Gian Luigi Gigli – equivale infatti ad aver deciso di affrettare la morte di un paziente che non stava morendo. Cosa faremo dunque con l’obiezione di coscienza di ospedali come il Policlinico Gemelli, il Bambino Gesù, l’Opera di Padre Pio, ma anche di strutture che assistono disabili come il Cottolengo? Saranno tutte messe fuori legge?”.