Pietro Costa e Marco Camuffo: sono questi i nomi dei due carabinieri accusati di aver violentato due studentesse statunitensi a Firenze mercoledì scorso, dopo averle riaccompagnate a casa. Il primo dei due, nato 50 anni fa, era il capo pattuglia della gazzella su cui sono salite le due ragazze, all'alba di giovedì scorso. L'altro, che è stato già sospeso dal servizio, ha raccontato di sentirsi distrutto. Separato e padre di tre figli, due femmine e un maschio, ha scelto di essere difeso da una avvocatessa, Cristina Menichetti. "Qui c'è una doppia lesione", ha dichiarato il capo ufficio stampa dei Carabinieri, "quella nei riguardi delle due studentesse, per la quale è in corso l' accertamento, la seconda è quella che riguarda il Paese, l'Arma".

La difesa di Camuffo punta sulla consensualità del rapporto sessuale da parte di una delle due studentesse, anche se sarà una perizia approfondita a dover stabilire il grado di "minorata difesa" delle straniere, che avevano assunto bevande alcoliche e sostanze stupefacenti. Circostanze che, naturalmente, aggravano ulteriormente la situazione dei due militari, già estremamente delicata. L' ulteriore accertamento in corso servirà a calcolare il tasso che scorreva nel loro sangue nel momento in cui le giovani hanno messo piede sulla gazzella del 112 e successivamente nell'androne del palazzo del centro in cui abitano.

A prescindere dal presunto stupro, su cui si esprimeranno i giudici al termine di un processo, quel che è certo è che i due militari hanno violato numerose norme deontologiche, a partire dalla mancata comunicazione alla centrale operativa del trasporto delle due ragazze a casa, passando per la mancata redazione del rapporto di servizio, finendo con l'accompagnamento delle due a bordo della gazzella, episodio che non si sarebbe dovuto verificare se non in casi eccezionali.