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Fallire non è morire: chi ha paura della povertà?

Il disastro economico non significa non poter più vivere, fare, ricominciare da capo e anche di essere finalmente felici. Ecco perché, per trovare una soluzione o una via di fuga, occorre accettare di poter perdere tutto.

Fallire non è morire: chi ha paura della povertà?

Guardate l'immagine qui sopra e osservate le reazioni che provoca in voi, soprattutto in relazione alla crisi economica e al mutuo da pagare, all'affitto, alle bollette, alla possibilità di perdere il lavoro o di non trovarlo, alla paura di non poter mantenere i vostri figli, di non poter conservare il vostro tenore di vita, di non avere più nemmeno gli spiccioli per comprarvi una scatola di cibo per cani.

Mettete in fila le vostre paure, da quelle più grandi a quelle più banali. E poi pensate alla povertà, quella di cui probabilmente avete soltanto sentito raccontare dai vostri padri o dai vostri nonni, la fame, il pericolo delle malattie e dei fenomeni naturali, quell'incognita che oggi si agita come un fantasma, attraverso i media e le statistiche.

Più diventa tutto inutile, più credi che sia vero

Franco Battiato

Il vero problema, in questo momento di stallo, è che psicologicamente stiamo già vivendo tutto questo. Ce ne lamentiamo alla cassa del supermercato, mentre paghiamo la spesa con la carta di credito, lo scriviamo su Facebook attraverso gli smartphone e gli iPad, mentre riposiamo in appartamenti che paghiamo a fatica, o mentre sediamo in un ristorante. Qualcuno lo urla anche per strada mentre sfascia un'auto. Viviamo il fallimento economico già nelle nostre teste, identificandolo con il fallimento totale delle nostre esistenze.

Il nostro stile di vita dipende da un numero sterminato di fattori e di variabili, e anche la sola flessione di un valore innesca la paura di poterlo perdere. Le nostre esistenze sono talmente complesse e incomprensibili, che persino mettere al mondo un figlio è ormai un'intollerabile ipoteca sulle nostre vite, mentre altrove, e in altre epoche, è sempre riuscito con fin troppa naturalezza e senza troppe domande sul futuro.

Enso - cerchio ZenAbbiamo accettato, non comprendendolo, un linguaggio depressivo e cifrato - Pil, Btp, bond, tassi, spread, indici di borsa, aliquote – parole e dati che beviamo come analisi del sangue, come sentenze di vita o di morte, riponendo la nostra fede nei numeri e nella falsa consapevolezza di chi li vomita. Salvo, ovviamente, passare con nonchalance all'ultimo vestito di Lady Gaga o all'ultima delizia hi-tech di cui non sapevamo ancora di avere bisogno e che alimenta la nostra frustrazione creando nuovi debiti.


Bene, accettiamo la possibilità che tutto questo imploda
. Il nostro peggior nemico, in realtà, non sono le crepe sempre più vistose in questo sistema, ma i nostri artigli conficcati nelle probabili future macerie e la nostra incapacità di immaginarci al di fuori di una casa pericolante. Che forse reggerà, forse no, ma da questo non dipende necessariamente la nostra esistenza. Eppure, per trovare una soluzione riparatoria o una via di fuga, dobbiamo accettare la possibilità di fallire. Solo questo ci rende liberi dalla paura.

Ti sei mai chiesto quale funzione hai?

Franco Battiato

Abbiamo parlato di ‘fallimento', di ‘stile di vita', non di vita. Il disastro economico non significa annullamento di ogni possibilità di vivere, di fare, di ricominciare completamente da capo e anche di essere – finalmente – felici e basta.

In questo momento occorrono idee nuove, ma nuove davvero. Prima di inventarci nuovi mercati, nuovi mezzi e nuove nuvole virtuali, cerchiamo di capire che cosa – o meglio chi - abbiamo dimenticato in tutto questo. È il momento di andare dritti all'essenza.

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