in foto: Un ritratto di Fabrizio De André

L'11 gennaio del 1999 muore a Milano Fabrizio De André. Sono passati diciotto anni dalla sua scomparsa, un lutto e una perdita a cui il mondo della canzone non si è mai abituato. Ma non solo il mondo della canzone, i versi di De André sono pura poesia, la prima a pensarla così fu la sua amica strettissima Fernanda Pivano che lo definiva il più grande poeta del ‘900 e così la pensano in molti, oltre che il mondo della critica. I primi elogi e riconoscimenti in tal senso arrivarono anche da grandi nomi dell'ambiente strettamente poetico come Mario Luzi.

È bastato poco per identificare De André con la poesia.

Per assocciare De André alla poesia è bastato poco, non è stato necessario il mito della morte, De André era idolatrato, mitizzato anche in vita. A lui non piaceva molto, per il suo carattere schivo, ma inevitanilmente non poteva che essere definito tale. I suoi versi sono diventati immortali, impressi nella memoria di molti. In quasi quarant'anni di attività artistica, De André ha scritto 13 album che dalla canzone sconfinano nella poesia più assoluta, al centro della quale aveva sempre messo i più fragili: emarginati, ribelli, prostitute, i senzadio, i poveri diavoli, "quelli che per diritto naturale nascono antiborghesi". Poesie indiscutibili ormai inserite in varie antologie scolastiche di letteratura già dai primi anni Settanta.

Un aristocratico della penna, un antiborghese per scelta.

De Andrè è un antiborghese ma per scelta, naturalmente sensibile alle realtà più marginali e dei più deboli, da cui scaturisce la sua sconfinata fonte poetica. Potremmo citare la "Canzone di Marinella", "Verranno a chiederti del nostro amore", "Il sogno di Maria", "La guerra di Piero", "Smisurata Preghiera", "Ho visto Nina volare", insieme a cento altre canzoni e nel ricordarle ci coglieremmo nel tentativo di recitare poesie, come quando meravigliati pronunciamo uno dei suoi versi più celebri e sublimi "Dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fiori”, verso che chiude la nostalgica "Via del campo", nonché orgoglio della poetica cantautorale italiana. De André era sì un antiborghese per scelta ma resta un aristocratico della penna: ha riposto poesia nei livelli più bassi dell’esistenza così come ha fatto in questa canzone. Ed è cosi che "Via del campo" diviene una luce eterea che irradia nella cupezza di una vita da strada aspra e difficile.

Un poeta autentico, schivo e inafferrabile.

Un giorno, stanco di sentirsi il simbolo di qualcosa da cui non credeva di essere rappresentato, scappò via da uno di quei ghetti per ricchi della costa settentrionale della Sardegna, dove lo avevano invitato. Lui avrebbe voluto discutere di fatti di cronaca, mentre gli altri gli mettevano la chitarra in mano per farlo suonare. Ne fu così infastidito che pensò “è bello che dove finiscono le mie dita debba in qualche modo incominciare una chitarra”, insultò tutti e tornò a casa. Scappando via dal ghetto per ricchi si era ribellato all’etichetta di cantautore da intrattenimento, magico e profondo, ma pur sempre con una chitarra da far suonare. Questa vicenda personale, canzoni a parte, è un paradigma di autenticità, un episodio in cui De Andrè litiga con l'arte del verso e con la musica per poi tornarci a fare l’amore, scrivendo altre mille canzoni che ci hanno accompagnati fino agli sgoccioli del vecchio millennio. La visione, la lente, lo sguardo di Fabrizio De André non hanno potuto raccontare gli anni a seguire, i decenni difficili in cui la sua voce ci avrebbe illuminati, con quel suo spirito dissacrante e inafferrabile. Ci avrebbe regalato una visione più autentica dei fatti come era abituato a fare, raccontando verità senza mezzi termini, invitandoci a reagire ed osservare il mondo in direzione ‘ostinata e contraria'.

Senza schemi, senza sovrastrutture, la sua poesia è rivoluzionaria.

Non solo un aristocratico della penna ma anche un rivoluzionario, nel '68, anno di trasformazioni planetarie, dopo "Tutti Morimmo a stento" scrisse "La buona Novella", un album che stupì come spesso era nel suo stile, parlava dei personaggi del Vangelo e sembrava andasse in controtendenza e invece era un'opera tipicamente figlia del '68. Aveva umanizzato questi personaggi fino ad allora conosciuti nella loro aura di sacralità, raccontandoli come storia di gente comune, li aveva resi delle persone fragili come tante, attingendo dai vangeli apocrifi come dal Protovangelo di Giacomo e dal Vangelo arabo dell'infanzia, sottolineando l'aspetto terreno della figura di Gesù e contrapponendosi alla dottrina e alle verità assolute della Chiesa. Canzoni che lette e ascoltate, anche senza musica, scalano le vette della più elevata poesia.

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