
Si tenta in questi giorni, in vari accessi di “politically correct”, di suddividere le responsabilità della strage del Giglio su varie persone o fattori che l'avrebbero determinata. Queste analisi variopinte sfiorano a volte il gioco del giallo da risolvere, a volte l'indagine sociologica. In linea generale la ricerca di responsabilità diffuse è corretta e condivisibile.
Nel caso particolare però, a mio avviso, il comandante è l'unico responsabile della nave, o meglio è “il responsabile” per definizione. In via teorica e anche pratica altre persone hanno responsabilità di diversa natura, ma sempre subordinate all'assenso del comandante. Il comandante sulla nave è quasi “il padrone” della nave. E' giusto addossargli ogni responsabilità morale e materiale diretta, anche perché è il responsabile primo e unico di una strage, dal momento che, anche dopo “l'errore” di manovra, un suo comportamento responsabile tempestivo avrebbe evitato i morti. Questo a bordo della nave.

Fuori bordo la responsabilità (da accertarne la misura) è della Costa. Poi, a caduta, è evidente che le responsabilità di singoli micro accadimenti di cui ignoriamo i contorni esatti, sono di diverse persone, è inevitabile. Ma a bordo della nave additare la responsabilità ad un unico uomo è, non solo corretto, ma inevitabile e non semplicistico. E' rara una tragedia in cui le colpe sono così immediatamente ed inequivocabilmente marchiane. Questa è una di quelle.


Il paradosso non è individuare nel solo Schettino il responsabile della strage, ma nel trasformare il comportamento “normale” di De Falco un atto eroico
E', se mai, l'eccessiva enfatizzazione dell'operato dell'ottimo De Falco ad essere una stortura del modo di percepire le cose. In fondo ha fatto solo il suo dovere ed espletato il compito che le sue mansioni prevedono. Il paradosso non è individuare in Schettino il responsabile della strage: punto, ma nel trasformare il comportamento “normale” di De Falco un atto eroico. Siamo talmente disabituati a vedere le persone che si comportano normalmente bene che quando un evento stigmatizza un agire normale all'interno di una situazione eccezionale, tale normalità diventa eccezionalità anch'essa. In questi giorni vedo una sindrome di Bruno Vespa collettiva. Ancora una volta, invece di onorare i morti, li si usa.
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