
È sotto gli occhi di tutti. Lo possiamo chiamare “effetto Rete”, ossia l’impatto di Internet su economia e mercato del lavoro. Nuove professioni emergenti e rapporti interpersonali inediti che, al netto di tutte le metafore possibili, contribuiscono alla ricchezza complessiva. Della collettività e della società.
Per mille motivi solo di recente si sono fatti “i conti in tasca” a Internet così da quantificare il suo influsso sulle dinamiche economiche. Tra gli altri, ci hanno provato Google e Boston Consulting Group in uno studio presentato al World Economic Forum di Davos.
Nel 2016 i ricavi toccheranno quota 4.200 miliardi di dollari. Esattamente il doppio di quanto accaduto nel 2010. Quanto agli utenti connessi, le stime parlano di tre miliardi di persone online entro 4 anni, contro il miliardo e 900 milioni attuali. In Italia nel 2010 l’economia di Internet ha voluto dire 31,6 miliardi di euro. Il 2% del Pil. Fra tre anni, la percentuale raddoppierà, giungendo a circa 59 miliardi di euro.
In un quadro complessivamente positivo, emerge un trend incoraggiante. Sul fronte delle Piccole e medie imprese – il grande polmone economico italiano – fatturato, esportazioni e assunzioni sono direttamente proporzionali all’attività online: se non è un circolo virtuoso questo, poco ci manca.
Chi la vive lo sa bene. Internet è un motore straordinario di ricchezza, economica e prima ancora umana. Un terreno fertile, fatto di (post)moderne professionalità, competenze inedite, nuovi rapporti produttivi. E imprenditorialità, se è vero che – come ha ricordato lo stesso management di Google Italia – la Rete ha la straordinaria proprietà di agevolare il “mettersi in proprio”. Sono in molti a sperimentare una dimensione professionale ed esistenziale differente. Tanti: un unico grande dito medio puntato contro chi li vuole “bamboccioni”, “sfigati” o appiccicati alla cultura del posto fisso.
Tutto ciò è di cruciale importanza, specie in un momento in cui – diciamocelo francamente – la struttura produttiva tradizionale molto difficilmente si dimostrerà in grado di creare nuova ricchezza e occupazione. Il mito della produzione materiale a crescita perpetua è finito e purtroppo chi non se ne è accorto per tempo, lavandosene le mani, oggi fa ricadere il peso della sua inerzia politica su quei 3,8 milioni di posti di lavoro persi nell’Ue nel settore manifatturiero dal 2008 a oggi. Su quel milione di posti evaporati nel commercio. Su quei 500mila posti spariti nella logistica, solo per citare alcuni dei dati negativi più aggiornati.
Ora, continuare dicendo che il Web sarà il territorio dove tutti, indistintamente, troveranno nuova vita e collocazione professionale sarebbe scorretto. Molto più sensato ricordare la necessità di un cambiamento radicale che coinvolga la considerazione culturale ed economica di cui godono le nuove professioni digitali. Anche in Italia. Perché se la Rete rappresenta l’economia del futuro, è anche vero che nel nostro paese chi vuole fare impresa o lavorare in proprio, autodeterminandosi, si trova di fronte un percorso a ostacoli da medaglia d’oro del problem solving.
Allora, va bene semplificare la nascita di nuove imprese, ma è un punto di partenza. Occorre di più. Il settore della Conoscenza da noi si regge per lo più su un tessuto articolato di liberi professionisti, consulenti, micro e piccole imprese. A volte non ci sono nemmeno le imprese, ma i network di professionisti, veri e propri incubatoi di ricchezza e saperi.
Va data serenità a questo tessuto. Penso a maggiori garanzie in fatto di recupero crediti, un punto fondamentale che oggi obbliga migliaia di professionisti a lavorare alla mercé di amministrazioni pubbliche e aziende. Agevolazioni nel rapporto con banche, previdenza e assicurazioni. Semplificazione della fiscalità, oggi un intrico di leggi e controleggi da far impallidire i più temerari. Nuove norme in tema di previdenza complementare. Maggiori vantaggi fiscali per chi opera in regime di telelavoro. Sgravi per chi reinveste, ma sul serio.
E ancora incoraggiare, tassandole al minimo, le spese sostenute per la formazione e l’aggiornamento; e sotto questo punto di vista equiparare tutti i “knowledge worker”, indipendentemente dal regime in cui si trovano a lavorare. Rimettere a posto la giungla dei contratti, che in questo settore (e non solo, purtroppo) dà vita a ingiustizie e diseguaglianze di ogni tipo. Queste sono solo le prime, istintive idee. Ce ne possono essere sicuramente delle altre, più tecniche e forse ancor più efficaci. Su un punto penso siamo tutti d'accordo. Il settore è strategico: bisogna fare di tutto perché non smetta di galoppare.
(photo credits by: marittoledo)
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